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mercoledì 2 novembre 2016

De André parla di Pasolini

Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De André: la poetica degli ultimi e la maggioranza


Esattamente quarantuno anni fa veniva ammazzato Pier Paolo Pasolini. In Italia la sua figura e le sue opere sono per fortuna molto presenti e la sua poetica è stata indagata sotto molti aspetti. Lo scritto che segue vuole ricordarlo accostandolo al più importante cantautore italiano, Fabrizio De André, attraverso un tema molto caro a entrambi: le questioni della maggioranza, il rifiuto di un’entità organizzata omologante, che diventa perciò escludente.

A Pasolini questi temi toccavano personalmente: un rifiutato che a sua volta rifiuta le regole del gioco e crea scandalo. Partiamo proprio da una riflessione del poeta:

«Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un ‘tollerato’. La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale […]. Il negro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità, ma egli resterà sempre dentro un ‘ghetto mentale’, e guai se uscirà da lì. Egli può uscire da lì solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè dalla maggioranza[…]. Egli deve rinnegare tutto se stesso e fingere che alle sue spalle l’esperienza sia un’esperienza normale, cioè maggioritaria.» [P. P. Pasolini, Gennariello, in Lettere luterane, 1975, pubblicato l’anno dopo.]

Quella degli ultimi è invece la poetica principale dell’intera produzione di Fabrizio De André e, in particolare, l’accusa verso una maggioranza escludente. Il tema è molto presente nei brani, ed è nominato esplicitamente nell’ultima canzone dell’ultimo disco, Smisurata preghiera (Anime salve, 1996). Leggiamone l’incipit:
 

 


Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri,
china e distante, sugli elementi del disastro,
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla,
lungo un facile vento
di sazietà, di impunità;

sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso,
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta.


Come si può vedere, l’accumulazione prepara sapientemente l’arrivo al termine ‘maggioranza’, in un incedere che sovraccarica i capi d’imputazione ed enfatizza l’accusa. Si crea in questo modo un’atmosfera marmorea e inchiodante e, proprio quando si arriva all’imputato, cioè appunto ‘la maggioranza’ e sul verbo ‘sta’ che scioglie finalmente l’accumulazione, De André riesce a evidenziare la straordinaria situazione di colpevole vantaggio.

«Chissà se Fabrizio De André era consapevole delle numerose similitudini che accomunano l’intero suo agire culturale a quello di Pier Paolo Pasolini […]. Vi sono in entrambi connotazioni ideologiche, etiche e sentimentali comuni nella rivendicazione di una radicale diversità che si esplicita in un’opposizione inesausta al mondo borghese e alla sua razionalità alienante e distruttiva.» [ R. Giuffrida e B. Bigoni, Canzoni corsare, in AA. VV., Fabrizio De André. Accordi eretici, Milano, Euresis Edizioni, 2001, pp. 63-64.]

E, forse, la vicinanza più evidente tra Pasolini e De André sta nei luoghi in cui cercare il riscatto: i bassifondi di quelle città non contaminate dal falso perbenismo borghese e dalla civiltà dei consumi. Genova per De André; Roma o Napoli per Pasolini. Da una parte i vicoli e i caruggi di Genova, i «quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi» (La città vecchia, in Tutto Fabrizio De André, 1966), in cui «una bimba canta / la canzone antica della donnaccia», in attesa di affinare «le capacità con l’esperienza», in cui tra ladri e assassini pure vanno a braccetto l’amore sacro e l’amor profano di Bocca di Rosa, Genova in cui convivono virtù e degrado, per dirla con Max Manfredi. Dall’altra parte le borgate romane dei ragazzi di vita di Pasolini, la «stupenda e misera città, / che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci / gli uomini imparano bambini» (Il pianto della scavatrice, in Le ceneri di Gramsci, 1957), oppure il brulicare della natura libertaria e libertina che crea vitalità, «nuda passione», viscere del ventre prolifico del golfo di Napoli, «nazione / nel ventre della nazione» (ivi, L’Appennino), luogo senza la razionalità che scarnisca «in luce d’intelletto […] / a Dio il povero rione», ma materia informe, preumana e vitale d’una vitalità non mediata, che vien fuori direttamente dal profondo istintivo e passionale. Dalla poesia L’Appennino, fino al trattatello pedagogico Gennariello del 1975, è interessante vedere come Pasolini identifichi nella città di Napoli il più grande esempio di vitalità popolare in cui «tutto è preumano, e umanamente gioisce».

Per Pasolini, nel 1975, a Napoli va il merito d’aver resistito alla rivoluzione consumistica, che aveva apportato dei cambiamenti profondi nella società italiana: per lui, drammaticamente, unica vera rivoluzione della storia d’Italia.

© & Il Fatto Quotidiano

mercoledì 4 maggio 2016

Intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio de André




Pivano Hai voglia di raccontarci come ti è venuto in mente di fare questo disco?

Fabrizio Spoon River l'ho letto da ragazzo, avrò avuto 18 anni. Mi era piaciuto, e non so perché mi fosse piaciuto, forse perché in questi personaggi si trovava qualcosa di me. Poi mi è capitato di rileggerlo, due anni fa, e mi sono reso conto che non era invecchiato per niente. Soprattutto mi ha colpito un fatto: nella vita, si è costretti alla competizione, magari si è costretti a pensare il falso o a non essere sinceri, nella morte, invece, i personaggi si Spoon River si esprimono con estrema sincerità, perché non hanno più da aspettarsi niente, non hanno più niente da pensare. Così parlano come da vivi non sono mai stati capaci di fare.

P. Cioè, tu hai sentito in queste poesie che nella vita non si riesce a "comunicare"? Quella che a me pare la denuncia più precorritrice di Masters, la ragione per la quale queste poesie sono ancora attuali, specialmente tra i giovani?

F. Sì, decisamente sì. A questo punto ho pensato che valesse la pena ricavarne temi che si adattassero ai tempi nostri, e siccome nei dischi racconto sempre le cose che faccio, racconto la mia vita, certo di esprimere i miei malumori, le mie magagne (perché penso di essere un individuo normale e dunque penso che queste cose possano interessare anche agli altri, perché gli altri sono abbastanza simili a me), ho cercato di adattare questo Spoon River alla realtà in cui vivo io. Perché ho scelto Spoon River e non le ho addirittura inventate io, queste storie? Dal punto di vista creativo, visto che c'era stato questo Signor Lee Masters che era riuscito a penetrare così bene nell'animo umano, non vedo perché avrei dovuto riprovarmici io.

P. Sicché le grosse manipolazioni che hai fatto sui testi sono state come delle operazioni chirurgiche per rendere il libro attuale, contemporaneo?

F. Sì. Addirittura per rendere più attuali i personaggi, per strapparli alla piccola borghesia della piccola America del 1919 ed inserirli nel nostro tipo di vita sociale. Quando dico borghesia non dico babau, dico la classe che detiene il potere e ha bisogno di conservarselo, no? il suo potere. Ma anche nel nostro tipo di vita sociale abbiamo dei giudici che fanno i giudici per un senso di rivalsa, abbiamo uno scemo di turno di cui la gente si serve per scaricare le sue frustrazioni (è tanto comodo a tutti, uno scemo...)

P. Dal libro hai preso nove poesie, scegliendole tra le più adatte a spiegare due temi che sembravano le più insistenti costanti della vita di provincia: l'invidia (come molla del potere esercitata sugli individui e come ingnoranza nei confronti degli altri) e la scienza (come contrasto tra l'aspirazione del ricercatore e la repressione del sistema). Perché proprio questi due temi?

F. Per quanto riguarda l'invidia perché direi che è il sentimento umano in cui si rispecchia maggiormente il clima di competitività, il tentativo dell'uomo di misurarsi continuamente con gli altri, di imitarli o addirittura superarli per possedere quello che lui non possiede e crede che gli altri posseggando. Per quanto riguarda la scienza, perché la scienza è un classico prodotto del progresso, che purtroppo è ancora nelle mani di quel potere che crea l'invidia e, secondo me, la scienza non è ancora riuscita a risolvere problemi esistenziali.

P. Chi ha fatto questa scelta dei temi e delle poesie?

F. Dopo aver fatto la scelta ne ho parlato con Bentivoglio al quale ho proposto di aiutarmi in questo lavoro. Tra noi ci sono state molte discussioni, come è ovvio e come è giusto. Bentivoglio tendeva a fare un discorso politico e io volevo fare un discorso essenzialmente umano. Alla fine la fatica più dura è stata, mai rinunciando a esprimere dei contenuti, quella di accostarsi il più possibile alla poesia. Fatica a parte devo dire che vorre incontrare un centinaio di Bentivoglio nella vita: se vivessi cent'anni, un disco all'anno, sarei l'autore di canzoni più prolifico del mondo.

P. Puoi spiegarmi meglio l'idea del malato di cuore come alternativa all'invidia?

F. Se ci riuscissi. Gli altri personaggi si sono lasciati prendere dall'invidia e in qualche maniera l'hanno risolta, positivamente o negativamente (lo scemo che per invidia studia l'enciclopedia britannica a memoria e finisce in manicomio, il giudice che per invidia raggiunge abbastanza potere da umiliare chi l'ha umiliato, il blasfemo che è un esegeta dell'invidia e per salirne alle origini la va a cercare in Dio); invece il malato di cuore pur essendo nelle condizioni ideali per essere invidioso compie un gesto di coraggio e...

P. Possiamo dire che ha scavalcato l'invidia perché a spingerlo non è stata la molla del calcolo ma è stata la molla dell'amore?

F. Ma sì, l'avrei detto io se non lo avessi detto tu.

P. E allora possiamo concludere con la vecchia proposta di Masters, che a trionfare sulla vita è soltanto chi è capace di amore?

F. Sì, a trionfare sono i "disponibili".

P. Anche per il gruppo della scienza hai trovato un'alternativa, vero? Bentivoglio mi diceva che per rappresentare il tema della scienza hai scelto il medico che ha cercato di curare i malati gratis ma non c'è riuscito perché il sistema non glielo ha permesso, il chimico che per paura si rifugia nella legge e nell'ordine come fatto repressivo e l'ottico che vorrebbe trasformare la realtà in luce e nel quale hai visto una specie di spacciatore di hashish, una specie di Timothy Leary, di Aldous Huxley. In che modo il suonatore di violino è un'alternativa?

F. Il suonatore di violino (che è diventato per ragioni metriche di flauto) è uno che i problemi esistenziali se li risolve, e se li risolve perché, ancora, è disponibile. E' disponibile perché il suo clima non è quello del tentativo di arricchirsi ma del tentativo di fare quello che gli piace: è uno che sceglie sempre il gioco, e per questo muore senza rimpianti. Non ti pare perché ha fatto una scelta? La scelta di non seppellire la libertà?

P. Allora si può dire che è questo il messaggio che hai voluto trasmettere con questo disco? Perché siamo abituati a pensare che tutti i tuoi dischi hanno proposto un messaggio: quello libertario e non violento delle tue prime ballate, come nella Guerra di Piero, quello liberatorio della paura della morte come in Tutti morimmo a stento, quello demistificante dei personaggi del Vangelo, come nel Testamento di Tito. Qual è il messaggio di questo Spoon River?

F. Direi, tutto sommato, che siamo usciti dall'atmosfera della morte per tentare un'indagine sulla natura umana, attraverso personaggi che esistono nella nostra realtà, anche se sono i personaggi di Masters.

P. E' chiaro che le poesie le hai tutte rifatte. Per esempio, nella poesia del blasfemo, tu hai aggiunto un'idea che non era in Masters, quella della "mela proibita", cioè della possibilità di conoscenza, non più detenuta da Dio ma detenuta dal potere poliziesco del sistema.

F. Non mi bastava il fatto traumatico che il blasfemo venisse ammazzato a botte: volevo anche dire che forse è stato il blasfemo a sbagliare, perché nel tentativo di contestare un determinato sistema, un determinato modo di vivere, forse doveva indirizzare il suo tipo di ribellione verso qualcosa di più consistente che non un'immagine così metafisica.

P. Mi diceva Bentivoglio che se la "mela proibita" non è in mano a un Dio ma al potere poliziesco, è il potere poliziesco che ci costringe a sognare in un giardino incantato. Cioè, il giardino incantato non è più quello divino dove secondo Masters l'uomo non avrebbe dovuto sapere che oltre al bene esiste il male.

F. Sì, in realtà per il blasfemo il giardino incantato non è stato creato da Dio ma è stato addirittura inventato dall'uomo e comunque la "mela proibita" è ancora sulla terra e noi non l'abbiamo ancora rubata. A questo punto hai capito che cosa voglio dire io per sognare: voglio dire pensare nel modo in cui si è costretti a pensare dopo che il sistema è intervenuto a staccarci decisamente dalla realtà.

P. Mi pare che la tua aggiunta non sia una forzatura, perché anche nella denuncia della manipolazione del pensiero, del lavaggio mentale esercitato dal sistema, Masters è un precorritore dei nostri problemi. Cerca di dirmi in che modo, quando eri ragazzo, a un ragazzo della tua generazione Masters è sembrato un contestatore.

F. Perché denuncia i difetti di gente attaccata alle piccole cose, che non vede al di là del proprio naso, che non ha alcun interesse umano al di fuori delle necessità pratiche.

P. Cioè più che la sua contestazione politica ti ha interessato la sua contestazione umana?

F. Sì, secondo me il difetto sostanziale sta nella natura umana.

P. Ritornando alle tue manipolazioni del testo, possiamo dire che l'aggiunta di questo concetto della "mela proibita" non detenuta da Dio ma dal potere del sistema è la manipolazione più grossa. D'altronde è passato mezzo secolo da quando Masters ha scritto queste poesie, sicché se questa galleria di ritratti la potesse riscrivere adesso non c'è dubbio che la sua vena libertaria gli farebbe inserire elementi che si è limitato a sfiorare come precorritore. Questo vale anche per l'altra grossa manipolazione che hai fatto, quella dell'ottico visto come proposta di un'espansione della coscienza. Ma proprio dal punto di vista stilistico, perché hai sentito la necessità di cambiare la forma poetica di Masters? Bentivoglio mi diceva che il verso libero di queste poesie non ti serviva, avevi bisogno di ritmo e di rima, questo è chiaro. Ma sembra quasi che tu abbia voluto divulgare, spiegare a tutti i costi.

F. Sì. Mi pareva necessario spiegare queste poesie; poi c'era la necessità di farle diventare delle canzoni. Cioè delle storie e una storia non è un pretesto per esprimere un'idea, dev'essere proprio la storia a comprendere in sé l'idea.

P. Ma come spieghi per esempio il fatto di aver usato parole di un linguaggio contemporaneo quasi brutale, per esempio nel verso della poesia del giudice "un nano è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo vicino al buco del c..." e di avere per esempio inserito immagini come "le cosce color madreperla" in poesie che pur essendo piene di sesso sono espresse per lo più in forma asettica, quasi asessuata?

F. Perché anche il vocabolario al giorno d'oggi è un po' cambiato, e io ero spinto soprattutto dallo sforzo di spiegare il vero significato di queste cose. Quanto alla definizione del guidice, questo è un personaggio che diventa carogna perché la gente lo fa diventare carogna: è un parto della carogneria generale. Questa definizione è una specie di emblema della cattiveria della gente.

P. Tutto sommato mi pare che queste siano state le manipolazioni più pesanti che hai fatto ai concetti e al testo di Masters; e d'altra parte quando il libro è uscito, ai suoi contemporanei è sembrato tutt'altro che asettico e asessuato: il gruppo dei Neo-Umanisti lo aggredì come "iniziatore di una nuova scuola di pornografia e sordido realismo".

F. Capirai.

P. Comunque sono certa che non deluderai i tuoi ammiratori, perché le poesie le hai proprio scritte tu, con quella tua imprevedibile, patetica inventiva nelle rime e nelle assonanze, proprio come nelle poesie dell'antica tradizione popolare. Ma fino a che punto, per esempio, ti sei identificato col suonatore di violino (Jones, che nel '71 suona il flauto) che conclude il disco? E non voglio alludere al fatto che da ragazzo ti sei accostato alla musica studiando il violino.

F. Non c'è dubbio che per me questa è stata la poesia più difficile. Calarsi nella realtà degli altri personaggi pieni di difetti e di complessi è stato relativamente facile, ma calarsi in questo personaggio così sereno da suonare per pure divertimento, senza farsi pagare, per me che sono un professionista della musica è stato tutt'altro che facile. Capisci? Per Jones la musica non è un mestiere, è un'alternativa: ridurla a un mestiere sarebbe come seppellire la libertà. E in questo momento non so dirti se non finirò prima o poi per seguire il suo esempio.
Fernanda PIVANO

Intervista registrata a Roma il 25 ottobre 1971.
F. Ti sei dimenticata di rivolgermi una domanda: chi è Fernanda Pivano? Fernanda Pivano per tutti è una scrittrice. Per me è una ragazza di venti anni che inizia la sua professione traducendo il libro di un libertario mentre la società italiana ha tutt'altra tendenza. E' successo tra il '37 e il '41: quando questo ha significato coraggio.
Fabrizio DE ANDRE'

Fabrizio De André supporter

A book that traces the life of Fabrizio De André through the diaries of the Genoese singer-songwriter has just been published in Italy. It's called "Il Grifone fragile". Author Tonino Cagnucci found that 'Faber' alternated his passions for music and poetry to that for football, and spent hours taking notes on the matches of his team, Genoa.

martedì 3 maggio 2016

Wendell P. Blooyd

Prima mi incastrarono con l'accusa di condotta immorale,
non c'era alcuno statuto sulla blasfemia.
Poi mi rinchiusero come pazzo
dove fui picchiato a morte da una guardia cattolica.
La mia offesa era questa:
dicevo che Dio mentì ad Adamo, e lo destinò
a trascorrere una vita da stolto,
ignorando che al mondo c'è il male così come c'è il bene
E quando Adamo mise nel sacco Dio mangiando la mela
E vide oltre la menzogna,
Dio lo cacciò fuori dall'Eden per impedirgli di cogliere
il frutto della vita immortale.
Cristo Santo, voi gente di buon senso,
ecco quello che Dio stesso dice nel libro della Genesi:
"E il Signore Iddio disse: ecco che l'uomo
è diventato uno di noi" (un po' d'invidia, vedete)
"a conoscere il bene e il male" (la bugia che-tutto-è-bene smascherata)
"E allora, perchè non allungasse oltre la mano a prendere
e mangiare anche dall'albero della vita, e non vivesse in eterno:
per questo il Signore Iddio lo scacciò dal giardino dell'Eden".
(La ragione per cui, credo, Dio crugifisse Suo Figlio
per tirarsi fuori da quel brutto pasticcio, è che è proprio da par Suo)


Francis Turner

Non potevo correre o giocare
da ragazzo.
Da uomo potevo solo sorseggiare dalla coppa,
non bere -
perchè la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Ora giaccio qui
confortato da un segreto che nessuno tranne Mary conosce:
c'è un giardino di acacie,
di catalpe, e di pergole dolci di viti -
là quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary -
baciandola con l'anima sulle labbra
all'improvviso questa prese il volo.


The Hill

Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,
l'abulico, l'atletico, il buffone, l'ubriacone, il rissoso?
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Uno trapassò in una febbre,
uno fu arso in miniera,
uno fu ucciso in rissa,
uno morì in prigione,
uno cadde da un ponte lavorando per i suoi cari -
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie,
la tenera, la semplice, la vociona, l'orgogliosa, la felicie?
Tutte, tutte, dormono sulla collina.

Una morì di un parto illecito,
una di amore contrastato,
una sotto le mani di un bruto in un bordello,
una di orgoglio spezzato, mentre anelava al suo ideale,
una inseguendo la vita, lontano, in Londra e Parigi,
ma fu riportata nel piccolo spazio con Ella, con Kate, con Mag -
tutt, tutte dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dove sono zio Isaac e la zia Emily,
e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,
e il maggiore Walker che aveva conosciuto
uomini venerabili della Rivoluzione? *
Tutti, tutti, dormono sulla collina.

Li riportarono, figlioli morti, dalla guerra,
e figlie infrante dalla vita,
e i loro bimbi orfani, piangenti -
tutti, tutti dormono, dormono, dormono sulla collina.

Dov'è quel vecchio suonatore Jones
che giocò con la vita per tutti i novant'anni,
fronteggiando il nevischio a petto nudo,
bevendo, facendo chiasso, non pensando né a moglie né a parenti,
né al denaro, né all'amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia delle fritture di tanti anni fa,
delle corse di tanti anni fa nel Boschetto di Clary,
di ciò che Abe Lincoln
disse una volta a Springfield.


L'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e Non al denaro, non all'amore nè al cielo di Fabrizio De André


Tra il 1914 e il 1915 il poeta americano Edgar Lee Masters pubblicò sul "Mirror" di St. Louis una serie di epitaffi successivamente raccolti nell'Antologia di Spoon River. Ogni poesia racconta la vita di un personaggio, ci sono 19 storie che coinvolgono un totale di 244 personaggi che coprono praticamente tutte le categorie e i mestieri umani. Masters si proponeva di descrivere la vita umana raccontando le vicende di un microcosmo, il paesino di Spoon River. In realtà si ispirò a personaggi veramente esistiti nei paesini di Lewistown e Petersburg, vicino a Springfield (la città dei Simpson?) e infatti molte delle persone a cui le poesie erano ispirate, che erano ancora vive, si sentirono offese nel vedere le loro faccende più segrete e private pubblicate nelle poesie di E.L.Masters.

Il bello dei personaggi di Edgar Lee Masters, infatti, è che essendo morti non hanno più niente da perdere e quindi possono raccontare la loro vita in assoluta sincerità.

La storia della pubblicazione in Italia dell'Antologia di Spoon River è abbastanza particolare da meritare di essere raccontata. Durante il ventennio fascista la letteratura americana era ovviamente osteggiata dal regime, in particolare se esprimeva idee libertarie come nel caso di Edgar Lee Masters. La prima edizione italiana porta la data del 9 marzo 1943. Fernanda Pivano racconta «Ero una ragazzina quando vidi per la prima volta l'Antologia di Spoon River: me l'aveva portata Cesare Pavese, una mattina che gli avevo chiesto che differenza c'è tra la lettura americana e quella inglese». I primi libri americani che Pavese portò alla Pivano, lei li guardò «con grande sospetto». Ma con l'Antologia di Spoon River fu un colpo di fulmine: «l'aprii proprio alla metà, e trovai una poesia che finiva così "mentre la baciavo con l'anima sulle labra, l'anima d'improvviso mi fuggì". Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato: è così diffficile spiegare le reazioni degli adolescenti».

Per un'adolescente cresciuta in un'epoca dominata dall'"epicità a tutti i costi" i versi di Masters e la loro "scarna semplicità" furono una rivelazione.

Quasi per conoscere meglio i personaggi, Fernanda iniziò a tradurre in italiano le poesie, naturalmente senza dirlo a Pavese: temeva che la prendesse in giro. Ma un giorno Pavese scoprì in un cassetto il manoscritto e convinse Einaudi a pubblicarlo. Incredibilmente riuscì a evitare la censura del ministero della cultura popolare cambiando il titolo in «Antologia di S.River» e spacciandolo per una raccolta di pensieri di un quanto mai improbabile San River.

«Si direbbe che per Lee Masters la morte - la fine del tempo - è l'attimo decisivo che dalla selva dei simboli personali ne ha staccato uno con violenza, e l'ha saldato, inchiodato per sempre all'anima.»
Cesare Pavese




Nel 1971 Fabrizio De André pubblicò l'album "Non al denaro, non all'amore nè al cielo", liberamente tratto dall'Antologia di Spoon River. De André scelse nove delle 244 poesie e le trasformò in altrettante canzoni.

Le nove poesie scelte toccano fondamentalmente due grandi temi: l'invidia (Un matto, Un giudice, Un blasfemo, Un malato di cuore) e la scienza (Un medico, Un chimico, Un ottico).

In questi due gruppi si possono scoprire delle simmetrie: il giudice perseguitato da tutti trasforma la sua invidia in sete di potere e si vendica, il chimico è tanto preso dalla scienza e dalla ricerca di un ordine perfetto da essere incapace di amare. Il malato di cuore rappresenta l'alternativa all'invidia, pur essendo in una situazione tale da poter invidiare tutti gli altri, riesce a vincere l'invidia grazie all'amore invece di lasciarsi trasportare dall'egoismo. I buoni propositi del medico vengono schiacciati dal sistema che lo obbliga a essere disonesto, mentre l'ottico vuole trasformare la realtà e mostrarci un'"altra" realtà più vera, per questo può essere accostato alle "Porte della percezione", il libro di Huxley da cui presero il nome anche i Doors. Il titolo del libro di Huxley - peraltro - si rifà a un verso del poeta inglese William Blake:

If the doors of perception were cleansed everything would appear to man as it is: Infinite. 
 
Il suonatore Jones è l'unico in questa raccolta di poesie a cui De André lascia il nome. Infatti, mentre nelle poesie originali di Edgar Lee Masters ogni personaggio ha un nome e un cognome, i titoli delle canzoni di De André sono generici (un giudice, un medico) per sottolineare che le storie di questi personaggi sono esempi di comportamenti umani che si possono ritrovare in ogni epoca e in ogni luogo. Il suonatore Jones, il personaggio con cui l'album si chiude, invece è unico, rappresenta l'alternativa alla vita vista come lotta per raggiungere i propri scopi. Per tutta la sua lunga vita il suonatore Jones ha fatto quello che più gli è piaciuto e per questo muore senza rimpianti.

Senza dubbio il suonatore Jones era anche il personaggio al quale De André avrebbe voluto assomigliare. Per Jones la musica non è un mestiere, è una scelta di libertà; anche De André soprattutto negli ultimi anni ha cercato di svincolarsi dalla prigione della musica come mestiere, pubblicando gli ultimi album a una distanza di sei anni uno dall'altro e riducendo le apparizioni in pubblico.

Un aspetto fondamentale dell'Antologia di Spoon River sono i legami tra i vari personaggi. Ognuno di questi cita molti altri e così è possibile vedere la stessa storia da punti di vista diversi.

Questo aspetto si perde nell'album di De André, era inevitabile riducendo la galleria dei personaggi a solo nove ritratti (anzi otto visto che la prima canzone, Dormono sulla collina, è l'introduzione a tutte le altre). Fa eccezione ancora una volta il suonatore Jones che viene citato nella prima poesia/canzone e si ritrova nella conclusione dell'album.

Nelle note di copertina dell'album si trova un'interessante intervista di Fernanda Pivano a Fabrizio. La stessa Pivano scrisse apposta per l'album anche una pseudo intervista a Edgar Lee Masters.

Le canzoni dell'album sono scritte da De André insieme a Giuseppe Bentivoglio per quanto riguarda i testi e a un giovanissimo Nicola Piovani per le musiche. È il secondo album propriamente "a tema" (oggi diremmo concept-album) di De André, dopo La Buona Novella. Gli arrangiamenti sono fondamentali, alcune delle canzoni di questo album sono tra le poche di De André che non renderebbero se accompagnate solo dalla chitarra. In particolare Un ottico parte come una classica ballata ma poi si apre a suggestioni psichedeliche e a mille voci che si rincorrono.

Proprio a causa degli arrangiamenti tanto sofisticati questi pezzi non venivano eseguiti spesso nei concerti, tant'è vero che nei vari dischi dal vivo di Fabrizio, l'unica canzone di questo album che viene riproposta è Un giudice, che la Premiata Forneria Marconi riarrangiò splendidamente negli storici concerti del 1979.

«Fabrizio ha fatto un lavoro straordinario; lui ha praticamente riscritto queste poesie rendendole attuali, perché quelle di Masters erano legate ai problemi del suo tempo, cioè a molti decenni fa. Lui le ha fatte diventare attuali e naturalmente ha cambiato profondamente quello che era il testo originale; ma io sono contenta dei suoi cambiamenti e mi pare che lui abbia molto migliorato le poesie. Sono molto più belle quelle di Fabrizio, ci tengo a sottolinearlo.

Sia Masters che Fabrizio sono due grandi poeti, tutti e due pacifisti, tutti e due anarchici libertari, tutti e due evocatori di quelli che sono stati i nostri sogni. Poi Fabrizio sarà sempre attuale, è un poeta di una tale levatura che scavalca i secoli.» (Fernanda Pivano) 

"Ha dei rimpianti?"
"No. Ho sempre impostato la mia vita in modo da morire con trecentomila rimorsi e nemmeno un rimpianto." (Fabrizio De André, nel 1967) 

«Ma non pensi che sarà un 33 giri con una eccessiva dose di pessimismo?»
«No. Io credo sempre nell'uomo e nelle sue risorse. Infatti ci sarà un personaggio, Jones il suonatore, che farà da contrappe­so agli altri; sarà lui a indicare la vera via alla felicità. Vive in campagna, lontano da tutto e da tutti, assaporando la meravigliosa musicalità che si esprime dalla natura. La morale del "mio" Spoon River è quindi "contentarsi di poco per vivere felici". Proprio come dice Jones il suonatore...» (Fabrizio De André in un intervista dell'ottobre 1971 )

«[Il suonatore Jones] è l'unico personaggio che viene chiamato per nome, è l'unico che afferma di aver vissuto una vita lunga e serena, senza nemmeno un rimpianto. Il musicista mostra di saper vedere meglio dell'ottico i messaggi reconditi della realtà; di saper guarire, più del medico, gli animi di chi lo ascolta regalando un sorriso; sa trovare, a differenza del matto, un proprio efficace linguaggio per esprimersi; gusta appieno la vita, come il malato di cuore non ha potuto fare e, cosa più importante, sceglie la libertà o, meglio, sceglie di vederla anche quando non è scritta. E con la vita può essere spezzato anche quello che di materiale lo ha accompagnato: il suo strumento (il violino in Masters, il flauto in De André), perché comunque il suo segno resterà.» (Matteo Borsani - Luca Maciacchini, Anima salva, p. 81)

mercoledì 27 aprile 2016

L’auditorium “Fabrizio De Andrè” di Scampia suggella il gemellaggio tra Napoli e Genova


Fabrizio De Andrè, musicista, poeta e...genoano. Con l'intitolazione dell'auditorium di Scampia, in viale della Resistenza, al cantautore scomparso nel 1999, Napoli ha di fatto sancito ancora una volta il gemellaggio con Genova e con, probabilmente, il suo interprete maggiore, colui che ha messo in musica lo spirito della città di mare ligure e la sua saudade quasi brasilera. La cerimonia, alla quale è intervenuta Dori Ghezzi, moglie di Faber, ha avuto due momenti molto belli e toccanti. Di mattina, quando le autorità comunali, con il sindaco de Magistris e l'assessore alla Cultura Nino Daniele, hanno scoperto la targa che suggella una splendida idea legata al doppio filo che corre tra Napoli e Genova e quando il coro delle scuole di Scampia ha dedicato alcune canzoni di Faber a Dori Ghezzi. Emozioni anche di sera quando si è assistito all'esibizione di varie band napoletane come A67, La Maschera, Raiz, Maldestro, Letti sfatti, Maurizio Capone e diversi altri, tutti con una propria rivisitazione del repertorio deandreiano.


Intitolare un auditorium a De Andrè in un quartiere che è allo stesso tempo simbolo di certo degrado ma anche voglia di riscatto, è un bel regalo per il musicista che ha sempre cantato degli umili, degli oppressi, degli ultimi, è il segno forte che un piccolo miracolo può sempre avvenire. È l'auspicio che questa struttura, con l'aiuto dei ragazzi del quartiere, delle mamme, della gente onesta e pulita, può essere un veicolo di attrazione per molti ragazzi. Sarà un luogo dove poter trascorrere piacevoli ore invece di stare in strada. “Guagliuni” che possono coltivare le proprie passioni come si fa col calcio, il pugilato, le arti marziali, il basket, attività già presenti nella zona. La musica, dunque, può rappresentare un volano per ripartire, per far sì che Scampia non sia solo cronaca nera e misfatti, tutto in nome di un amico di Napoli, un nostro gemellato.

La notizia che, però, viene fuori e che può far piacere a tutti gli appassionati di calcio e agli amanti della nostra città, soprattutto dopo aver letto le parole di Dori Ghezzi, è che Faber aveva un gran bel rapporto con Napoli. Non a caso, la locandina della manifestazione mostra una foto di De Andrè ventenne ritratto all'esterno della “Bersagliera” noto ristorante di Mergellina. Era il 1960 e il cantautore genovese veniva spesso in città perché era innamorato di una ragazza partenopea, si dice la sua prima fidanzata ufficiale. Ha amato la musica napoletana, ha collaborato con Murolo, ha canticchiato antiche melodie con una vena che possiamo ritrovare solo nelle sue composizioni più originali. Genova e Napoli, non lo scopriamo oggi, hanno molto in comune ed anzi, tra le città del Nord, De Andrè considerava Genova la “più terrona”.

Quando tre anni fa uscì “Il grifone fragile” il libro che Tonino Cagnucci gli dedicò sottotitolandolo “storia di un tifoso del Genoa”, capimmo che il calcio, per uno come lui che sembrava schivo, introverso ed elitario per certi versi, era importante. Venne fuori il vero De Andrè apocrifo, quello che si fece cremare con la sciarpa del Genoa. Ci può essere amore più grande? Aveva i rossoblù dentro il suo cuore ma, per una forma di pudore, non lo faceva capire e quando gli chiedevano perché non scrivesse un inno alla squadra dichiarava sempre: «non lo faccio, il Genoa mi coinvolge troppo, non avrei il necessario distacco per farlo». Con questo, e voglio sottolinearlo, una certa cultura che ha sempre pensato che il calcio fosse, con tanti pregiudizi, un fenomeno dozzinale, da oppio dei popoli, da divertimento popolare, è stata clamorosamente smentita.

Come, De Andrè tifoso? Sembrava scandaloso e ridicolo accostare un artista e poeta al mondo del pallone, eppure quando Cagnucci ha pubblicato i diari, scritti di suo pugno, con le formazioni rossoblù, le tabelle salvezza, i sogni di mercato, addirittura improperi contro la Juve ed il Milan, i diffidati della squadra che avrebbe incontrato il Genoa la domenica successiva, i marcatori, il racconto della prima volta allo stadio, è sembrato tutto più lapalissiano. Eravamo di fronte a un malato del Genoa, tifoso di Zigoni e Meroni, polemico col suo amico Paolo Villaggio, notoriamente sampdoriano. Un libro a tratti struggente, come quando chiede ai suoi rapitori cosa ha fatto il Genoa contro la Ternana, come quando scrive “Giugno 73” per festeggiare il ritorno in serie A del Grifone o quando chiede a Gesù bambino “caro Gesù, portami la divisa da giocatore del Genoa”".A noi piace ricordarlo così, sorridente anche quel maggio del 1982 quando Faccenda segnò il 2 a 2 a Napoli ed iniziò uno splendido gemellaggio coi cugini genoani. Bene, da oggi in avanti, con un auditorium a lui dedicato a Scampia, tiferemo ancora di più per il Grifone. 


martedì 26 aprile 2016

«Faccio pace con mio padre Faber. L’orgoglio per me è arrivato tardi»

I conflitti familiari, l’alcol, l’assenza: esce l’autobiografia di Cristiano De André
«Lui ha avuto problemi nell’infanzia, poi li ha avuti con me ed io con i miei figli»


C’è un Fabrizio De André artista. E un Fabrizio De André privato. Tanto grande indiscutibilmente è stato il primo, quanto discusso è stato il secondo. A metterli a confronto è il figlio Cristiano. Che sta per pubblicare la propria autobiografia La versione di C. (Mondadori) e a ripartire in tour con il progetto «De André canta De André». Le pagine scritte da Cristiano sono spesso crude. Racconta dei suoi trascorsi con l’eroina e l’alcol, di quando ha alzato le mani sulla moglie, del rapporto altalenante con i figli. «È stato terapeutico. Mi sono denudato, avevo bisogno di fare pace col passato e vincere dei fantasmi». Il musicista 53enne (C. era il soprannome coniato dal genitore) non risparmia nulla nemmeno al padre. Racconta di quanto sia stato assente, di quanto poco lo vedesse causa la sua attitudine al lavoro notturno e l’andare oltre con la bottiglia, di quanto fosse avaro sentimentalmente. Aneddoto: quando nel 1993 arrivò secondo a Sanremo lo chiamò: «Questa è la seconda soddisfazione che mi dai dopo il dentice pescato a sei anni! Complimenti, C., sono orgoglioso di te». «Alla fine però esce il senso del perdono. Che c’era già stato con lui ancora in vita. Essere padre non è nel Dna di tutti. Lui ha avuto problemi nell’infanzia e nell’adolescenza, li ha poi avuti con me e io li ho avuti con i miei figli». Dopo anni turbolenti ci fu il riavvicinamento, quando Fabrizio gli chiese di suonare e di firmare degli arrangiamenti per il tour di «Anime salve». «Anche se tardi e col contagocce, ho sentito il suo orgoglio». 

Il peso del cognome, la droga... erano solo accenni del testo di «Invisibili», portata a Sanremo 2014. «La canzone ti protegge, è uno scudo. In un’autobiografia è diverso. Devi scrivere tutto. Il coraggio di farlo me lo ha insegnato la coerenza di papà, il suo essere controcorrente». Il peso di essere figlio d’arte l’ha sentito. «C’è gente che ti sottolinea di continuo quanto lui fosse un genio e quanto tu non lo sia. Non avevo quella creatività che aveva lui come cantautore, ma sapevo che avrei fatto il musicista. Ho studiato al Conservatorio, ho fatto la gavetta e oggi ho più sicurezza in me». Faber ha debuttato 50 anni fa con «Tutto Fabrizio De André», album con brani che hanno fatto la storia della canzone italiana come «La guerra di Piero», «Via del Campo» e «La canzone di Marinella». Saranno l’ossatura del nuovo tour, il terzo, «De André canta De André», debutto il 24 giugno dalla Cavea dell’Auditorium di Roma. «Non coverizzo mio padre, proseguo il suo lavoro portandolo a chi lo ha amato e alle nuove generazioni che non l’hanno potuto vivere direttamente». Quei brani erano densi di messaggi forti. «Ha anticipato i tempi. È stato un punto di appiglio nel vuoto esistenziale, nel nulla che si è amplificato con l’idea che la felicità si possa comprare, che ci sia un dio filigranato davanti cui inginocchiarsi, una sottocultura figlia del berlusconismo. Oggi direbbe le stesse cose di allora». 

Lo show, che diventerà poi un live, è diverso dai due precedenti. «Ci saranno 15-18 pezzi che non avevo mai fatto prima. Nei primi spettacoli avevo un’idea più rock degli arrangiamenti e non ci stava bene. Adesso stiamo andando verso un suono che abbraccia l’elettronica alla Talking Heads o Peter Gabriel. Del resto papà sognava di fare un disco con i Pink Floyd... In futuro vorrei fare un altro capitolo: le canzoni d’amore in versione classica, con l’orchestra». È stata coraggiosa l’idea di riprendere le canzoni del padre. « È un modo per avvicinarmi a lui. Ogni volta che riascolto i suoi brani colgo cose nuove. Sapeva essere spietato con se stesso, scavava dentro di sé fino in fondo. E a differenza di altri non ha ceduto al mercato».
Bilancio finale. Come è stato essere figlio d’arte di Faber? «Poteva andare peggio... I confronti li lascio a chi ne ha bisogno». Ed essere stato figlio di Fabrizio De André? «Adesso sono finalmente in pace».

sabato 23 aprile 2016

Dai Rolling Stones a De André: quando la letteratura ispira la musica



C'è da sempre un rapporto di reciproca influenza e ispirazione fra la letteratura e la musica. Ecco alcuni esempi di canzoni ispirate a opere letterarie: da De Andrè ai Rolling Stones, senza dimenticare Bob Dylan, Bruce Springsteen, i Blur, Franco Battiato, i Metallica e tanti altri... Lo speciale (in cui si citano autori come Hemingway, Camus, Shakespeare, Emily Brontë, Francis Scott Fitzgerald e...) 

Nel periodo in cui lavoravo alla stesura del mio libro, ebbi per le mani due dischi, in prestito. Oltre a Satisfaction, avevo Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, dei Beatles. Era la combinazione perfetta. Insuperabile: i Beatles mi trasmettevano una sensazione di lontananza, dopotutto, facevano sempre parte dell’eredità dell’ultimo vaudeville inglese e li spaventava a morte la Rivoluzione. I Rolling Stones, invece, continuano ancora oggi ad avere “simpatia per il diavolo”. Così uno dei più noti scrittori cubani, Norberto Fuentes descrive il significato dello storico concerto di Mick Jagger e compagni a l’Havana avvenuto qualche settimana fa.

La loro musica ha ispirato i suoi libri.

Ma quanti libri sono stati lo spunto o l’oggetto palese della creazione di brani musicali?
Quello tra letteratura e musica è un rapporto ancestrale. I poemi classici, le ballate medievali, l’opera, ne sono solo un esempio. Anche cantautori e rock band hanno attinto e continuano ad attingere a piene mani ai personaggi dei romanzi o ai versi dei poeti nella stesura delle loro canzoni.

L’ispirazione può essere palese sin da titolo e ritornello oppure più velata. Veri e propri “metatesti” o più semplicemente parole che attraverso le note conoscono nuova vita.

Di seguito troviamo 15 canzoni che si rifanno a classici della letteratura.

E tra queste c’è anche Sympathy for the Devil dei Rolling Stones.

Fabrizio De Andrè – Non al denaro, non all’amore né al cielo

 

   

 

È questo il tributo, datato 1971, che il Faber rivolge all’Antologia di Spoon River (1915) di Edgar Lee Masters. Le epigrafi in versi dei defunti “che dormono sulla collina” diventano lo spunto per ritratti indimenticabili come “Un giudice”, “Un chimico”, “Un matto”, “Un malato di cuore”, “Il suonatore Jones” e molti altri. Poesia che incontra poesia e gli arrangiamenti senza tempo del cantautore genovese danno vita a nuovi capolavori. Un esempio: gli ultimi versi di “Un blasfemo” che si rifanno a “Wendell P. Bloyd” nella raccolta di Masters: “E se furon due guardie / a fermarmi la vita, è proprio qui sulla terra / la mela proibita, / e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato, / ci costringe a sognare in un giardino incantato”.

The Rolling Stones – Sympathy for the Devil


“Consentitemi di presentarmi: sono un uomo ricco e di gusto”. Mick Jagger incarna così un Lucifero che è in giro “per San Pietroburgo” con l’apparenza di un gentiluomo. Il brano, traccia iniziale dell’album Beggars Banquet del 1968, sembra un richiamo diretto al romanzo Il maestro e Margherita di Mikhail Bulgakov, pubblicato solo un anno prima, tra il 1966 e il 1967. Una citazione di cui il leader della band sembra non ricordare l’origine stando alle sue dichiarazioni riportate in un’intervista del 1995 alla rivista Rolling Stone: “Penso che l’ispirazione venne da una vecchia idea di Baudelaire, credo, ma potrei sbagliarmi. Alle volte quando rileggo i miei libri di Baudelaire, non la ritrovo. Ma era un’idea che rubai ad uno scrittore francese. Ne presi solo un paio di frasi e le ampliai. La scrissi come una sorta di canzone alla Bob Dylan”. Genio e smemoratezza? Forse semplice prova di come questo tipo di richiami e influenze siano talvolta più frutto del caso o di un magma culturale comune (e meno premeditate) di quanto a posteriori possa apparire.

Bob Dylan – Ballad of a Thin Man


In questo criptico brano tratto da Highway 61 Revisited il menestrello cita uno dei padri della letteratura americana: Francis Scott Fitzgerald. Rivolgendosi a un fantomatico “Mr. Jones” che a sua volta sembra rifarsi al protagonista dell’omonimo film, The Thin Man del 1934 diretto da W.S. Van Dyke, afferma: “You’ve been through all of F. Scott Fitzgerald’s books / You’re very well read” (“Hai letto tutti i libri di F. Scott Fitzgerald / Sei un uomo molto istruito”). Il signor Jones, che entra in una stanza abitata da personaggi bizzarri e alternativi e “non capisce cosa stia succedendo” appare come un simbolo di autocompiacimento e mediocrità.

Bruce Springsteen – The Ghost of Tom Joad

É questa la rilettura in chiave moderna di un caposaldo della cultura statunitense, Furore di John Steinbeck. L’omonimo album è datato 1995. Il Boss, non nuovo a trarre ispirazione da romanzi e film, in questo caso segue le vicissitudini della famiglia Joad durante la grande crisi del ’29. Basta ascoltare versi emblematici come: “Shelter line stretchin’ ‘round the corner / Welcome to the new world order / Families sleepin’ in their cars in the Southwest / No home, no job, no peace, no rest” (“La fila per un aiuto è così lunga da girare l’angolo, / benvenuti nel Nuovo Ordine Mondiale, / famiglie dormono nelle loro macchine nel Sudovest / senza casa, senza lavoro, senza pace, senza riposo”). Eppure l’”autostrada è viva, ma nessuno prende in giro gli altri su dove porti”, basta restare “qui seduto alla luce del falò, cercando il fantasma di Tom Joad”.


Edoardo Bennato – L’isola che non c’è

Una fisarmonica, un po’ di rock e un buon libro come ispirazione. Sono gli ingredienti dei due fortunati concept album di Edoardo Bennato, Burattino senza fili (1977) e Sono solo canzonette (1980). Il capolavoro di Carlo CollodiLe avventure di Pinocchio, è alla base del primo. Il gatto e la volpe, dove sono i due bricconi del titolo a prendere la parola e a proporsi come impresari all’ingenuo burattino, è la traccia più conosciuta, ma il disco è ricco di  interessanti personaggi: Mangiafuoco, La fata e il congresso dei dottori riuniti intorno al capezzale del morente Pinocchio che si confrontano in Dotti, medici e sapienti. Il secondo album, Sono solo canzonette, si rifà invece al libro di James BerryLe avventure di Peter Pan. Canzoni come L’isola che non c’èNel covo dei piratiIl rock di Capitano Uncino sono patrimonio collettivo, quasi al pari dei romanzi che le hanno ispirate.


Oasis – Don’t Look Back In Anger

Risale al 1995 uno dei brani-manifesto dei fratelli Gallagher tratta dal loro album di maggior successo (What’s the Story) Morning Glory?. L’ispirazione per il titolo e il ritornello è la commedia teatrale del 1956 dell’inglese John Osborne dal titolo Look Back In Anger (Ricorda con rabbia). Un’amarezza velata di ironia prende il posto della rabbia nel brano di Noel, a partire da quella negazione “don’t”. La sua è una rivoluzione che parte dal suo letto: rinuncia così a durezza e realismo che negli anni Cinquanta scrittori come lo stesso Osborne e registi come Tony Richardson avevano voluto invece esprimere al punto da meritarsi l’appellativo di “giovani arrabbiati”. Anche David Bowie trasse ispirazione dal medesimo testo per un omonimo pezzo scritto con Brian Eno e presente nell’album Lodger del 1979.

Blur – Tender


“Tender is the night”: l’incipit di questo inno all’amore firmato da Damon Albarn e compagni, non cela il richiamo diretto al celebre romanzo del 1934 di Francis Scott Fitzgerald Tenera è la notte, che a sua volta rendeva omaggio a un verso di Ode to a Nightingale del poeta inglese John Keats. È tratto dall’album 13 del 1999. “Tenera è la notte / bugiarda al tuo fianco / Tenero è il tocco / di qualcuno a cui vuoi molto bene / Tenero è il giorno / in cui i demoni se ne vanno / Signore, ho bisogno di trovare / qualcuno che possa guarire il mio animo”. Un tenero amore come quello tra i protagonisti di Fitzgerald, Rosemary e Dick che però viene frenato da Dick che, preso da un forte senso di responsabilità, non vuole lasciarsi andare e rifiuta, se pur dolcemente, l’offerta d’amore della ragazza: “Buona notte bambina. È un gran peccato. Dimentichiamo tutto questo… Tanta gente si innamorerà di te e sarà più bello incontrare il tuo primo amore tutta intatta, anche emotivamente. È un’idea antiquata vero?”.

Franco Battiato – Invito al viaggio

“Laggiù tutto è ordine e bellezza, / Calma e voluttà. / Il mondo s’addormenta in una calda luce / Di giacinto e d’oro. / Dormono pigramente i vascelli vagabondi / Arrivati da ogni confine / Per soddisfare i tuoi desideri”. Il cantautore siciliano cita fin dal titolo una poesia di Baudelaire tratta dai Fiori del male (1897): “Tutto, laggiù, è ordine e beltà / lusso, calma e voluttà”. Il brano è l’unico “inedito” insieme a Medievale in un album di cover, Fleurs, del 1999. I testi sono del filosofo catanese Manlio Sgalambaro, mentre le musiche sono di Battiato.

Metallica – For Whom The Bell Tolls


Il noto romanzo di Ernest Hemingway, Per chi suona la campana (1940) ha dato il titolo a questo classico della band di San Francisco, terza traccia dell’album del 1984, Ride the Lightning. La storia adattata in musica da Hetfield e compagni è quella di cinque soldati repubblicani della Guerra civile spagnola che cercano di sfuggire dai fascisti con i loro cavalli e sono poi uccisi da un aereo nemico su una collina. “Combattiamo perché abbiamo ragione. Ma chi l’ha detto?” si chiedono i Metallica in questo inno contro la guerra. Nello stesso disco è presente la strumentale The Call Of Ktulu, tratta dall’omonimo titolo di Howard Philip Lovercraft. I racconti horror-fantasy dello scrittore americano saranno un costante riferimento per la band.

Queen – Bohemian Rhapsody


Dietro questo capolavoro della rock band britannica si intravede il richiamo ad un romanzo-chiave del Novecento: Lo straniero di Albert Camus. Freddie Mercury sembra dar voce a un uomo privo di sentimenti, autore di un omicidio raccontato dai due autori. Ecco allora la confessione alla madre di aver premuto il grilletto e di aver ucciso un uomo: “Mama just killed a man, / Put a gun against his head, / pulled my trigger, now he’s dead. / Mama, life had just begun, / But now I’ve gone and thrown it all away”. Il brano, scritto interamente da Mercury, con la sua commistione di generi e di evocazioni (guerra, chiesa, eresia, confessioni, omosessualità, satana, Galileo, peccato originale) resta tuttora un enigma. Brian May ha dichiarato recentemente: “Il significato? Non credo lo sapremo mai, ma anche potendo non lo direi”. Bohemian Rhapsody, che ha compiuto lo scorso ottobre 40 anni, è tratto dall’album A Night at the Opera (1975).

The Cure – Killing an Arab


Anche Robert Smith, che si è spesso ispirato alla letteratura, per questo brano ha preso spunto dal romanzo Lo straniero di Camus (1942). “I’m alive, I’m dead, I’m the Stranger, Killing an arab” recita il ritornello di questo brano tratto dall’album Boys don’t cry (1980). “Il grilletto ha ceduto, ho toccato il ventre liscio dell’impugnatura e è là, in quel rumore secco e insieme assordante, che tutto è cominciato. Mi sono scrollato via il sudore ed il sole. Ho capito che avevo distrutto l’equilibrio del giorno, lo straordinario silenzio di una spiaggia dove ero stato felice. Allora ho sparato quattro volte su un corpo inerte dove i proiettili si insaccavano senza lasciare traccia. E furono come quattro colpi secchi che battevo sulla porta della sventura”. Le parole di Camus riecheggiano nel testo dei Cure che ricostruisce la terribile assurdità del gesto di Meursault.

Kate Bush – Wuthering Heights


“Heathcliff, it’s me, I’m Cathy, I’ve come home!” canta Kate Bush, con quel suo timbro inconfondibile, immedesimandosi nella protagonista del classico Cime tempestose (1847) di Emily Brontë a cui si rifà dal titolo. È stato questo il suo primo singolo, anno 1978, scritto l’anno prima e la cui ispirazione – su sua stessa ammissione – deriva più dalle ultime scene dell’omonimo film che dal romanzo. L’onirica interpretazione di un amore travagliato riecheggia in questo pezzo, il primo scritto da una donna a scalare la classifica dei singoli inglesi.

Francesco Guccini – Cirano


Sono numerosi i brani del cantautore ispirati alla letteratura: Don ChisciotteMadame BovaryOdissea, Ophelia, per citarne alcuni. Tratta da D’amore di morte e di altre sciocchezze (1996), la canzone è una rilettura e una riscrittura dell’opera teatrale Cyrano de Bergerac (1897) di Edmond Rostand: “Venite pure avanti, voi con il naso corto, / signori imbellettati, io più non vi sopporto, / infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio / perché con questa spada vi uccido quando voglio”. È contenuto nell’album del 1983 Guccini, la canzone Gulliver, una rivisitazione delle avventure del personaggio di Jonathan Swift: “Intuiva con la mente disattenta del gigante il senso grossolano della storia”, “e nelle precisioni antiche del progetto umano, o nel mondo suo illusorio e limitato, sentiva la crudele solitudine del nano”.

Iron Maiden – Rime of the Ancient Mariner


Ricordo che l’insegnante di inglese alle superiori – non propriamente l’emblema della fan dell’heavy metal – ci fece ascoltare questo brano in classe come perfetta sintesi dell’omonima opera del poeta del romanticismo inglese, Samuel Taylor Coleridge (1798). Contenuto nell’album Powerslave (1984), è la canzone più lunga composta dalla band britannica: 13 minuti e 45 secondi. “The mariner kills the bird of good omen / His shipmates cry against what he’s done / But when the fog clears, they justify him / And make themselves a part of the crime” (“Il Marinaio uccide l’uccello di buon auspicio / I suoi compagni urlano che cosa hai fatto / Ma quando la nebbia svanisce lo giustificano / E si accollano l’onta del peccato”). Bruce Dickinson e compagni non sono nuovi a contaminazioni e a citazioni nei loro pezzi: da Poe a Huxley, da Conrad a Golding e persino Umberto Eco. Sign of the Cross (The X Factor, 1995) è infatti ispirata al Nome della rosa.

Dire Straits – Romeo and Juliet


Non poteva mancare il Bardo e la sua tragedia d’amore più struggente tra le fonti di ispirazione. Questa canzone, che risale al 1980, si rifà a Shakespeare per i nomi dei due protagonisti, ma poi, nel testo, racconta di un amore non corrisposto o comunque precocemente concluso. Romeo canta il dolore e la disillusione per le promesse non mantenute da Giulietta, che lo ascolta impassibile.
Gli amanti di Venezia nella loro accezione tradizionale sono protagonisti invece in un brano dei Blue Öyster Cult, (Don’t Fear) The Reaper (1976), in cui i protagonisti non temono la morte (“le mietitrice”) e sono pronti ad amarsi per l’eternità: “Il giorno di San Valentino è finito / Proprio qui, ma ora loro se ne sono andati. / Romeo e Giulietta saranno assieme per l’eternità… / Romeo e Giulietta / Quarantamila uomini e donne ogni giorno / Come Romeo e Giulietta / Definiscono la felicità / Possiamo essere come loro”.


Altri esempi: The Velvet Underground con Venus In Furs ispirato all’omonimo libro Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch; i Nirvana con Scentless Apprentice che cita Profumo di Patrick Suskind o Ramble on dei Led Zeppelin che fa diretti riferimenti a Il signore degli anelli.

sabato 2 aprile 2016

I diari inediti di De André: “Mi comperai la vita con i canti e i sorrisi”



Quando dalla pagina stampata, con le parole e i pensieri, si avvertono anche la voce profonda, l’intonazione venata dalla cadenza genovese, perfino il sorriso e lo sguardo curioso, allora l’incontro è completo. Eccolo Fabrizio De André, addormentato ma non spento dal tumore nel 1999 a 58 anni e ora qui a svelarsi in Sotto le ciglia chissà, un «diario» senza cronologia, raccolta di appunti fulminanti e riflessioni, aforismi e versi inediti, ricordi e dialoghi con se stesso, battute e nostalgie, fissati al volo su una busta o meditati su una pagina di quaderno, in comune a tutti il suo respiro poetico espresso scolpendo le parole.  

Racconta Dori Ghezzi, che ha selezionato l’immenso materiale di anni (ora conservato al Centro Studi Fabrizio De André presso l’Università di Siena): «Fabrizio annotava molto. Quando lo faceva in modo estemporaneo e improvviso forse era più per incidere nella memoria scrivendo più che per rileggere. Quando stava creando lo faceva in modo professionale, dentro un progetto, riordinando il materiale». Pubblicare quel pensare intimo eppure aperto come un dialogo è stato un lavoro di selezione, è stato raccogliere senza tradire la riservatezza di Fabrizio.: «Senza dare una sequenza temporale, si sono piuttosto unificati argomenti». 

E gli argomenti sono giorni vissuti e osservati. Quando annota «mi comperai la vita con i canti e i sorrisi» avvia un sorprendente viaggio nel comporre, entra nella creazione del cantautore («Perché scrivo? Per paura che si perda il ricordo delle persone di cui scrivo») ma ammonisce la nostra curiosità: «Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volervelo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera».
Brevi o più distesi nella riflessione e nell’introspezione, coriandoli di diario ripercorrono lo spettacolo sanguinante dell’emarginazione (che «ti sottrae al potere» e «ti avvicina al punto di vista di Dio»), scavano nelle guerre, si muovono tra la politica e il calcio, la sociologia della violenza e il rapporto tra i sessi.   

Non c’è tema - trattato nelle canzoni, ma anche incontrato in strada o nei libri - che sfugga al suo interesse, accompagnato dagli autori delle notti di lettura, da Plotino e Platone, da Petronio e Apuleio a Spinoza, Hegel, Adorno fino a Sartre, da Verlaine a Camus e Proust, da Šolochov e Steinbeck a Sepúlveda e Álvaro Mutis. Ma la miniera di cultura di De André non è una fornitrice di diamanti filosofici o letterari a se stanti, è una sorgente che irriga e fa fiorire altro sentimento e altra poesia. Sulla quale, trattando con umiltà il proprio lavoro, sparge un rammarico: «Per quanto c’è di poesia nelle nostre canzoni assolviamo al compito che è però dei poeti, che purtroppo nessuno legge più». 
E l’autoironia stabilisce i confini: «Noi siamo dei venditori. Bisogna vedere se siamo abbastanza onesti da vendere carne fresca oppure carne marcia».  

In 250 pagine incalzanti come un racconto folto di rami come la narrativa di Márquez, la «storia» procede con la consapevolezza del tempo («Perché lo chiamano passato, se non passa mai?») e percorre i temi delle canzoni: l’anarchia come «categoria dello spirito», l’emarginazione, la solitudine, il potere, l’iniquità, la morte. Percorre i mali di ieri immutati oggi: «Con i razzisti e con i nazisti non si convive, non si tratta, li si chiude, loro sì, dentro quattro mura, e che dimostrino lì la loro autosufficienza, le loro capacità di uomini superiori, la loro grande forza esercitata, chissà perché, sempre e soltanto con i deboli». Paiono scritte oggi, con la dolcezza di sempre, le pagine su emigrazione, sofferenza, nuova povertà. 

Il De André che guarda il mondo guarda con onestà se stesso e con tenerezza gli affetti e la memoria: l’infanzia di ricco attirato dai giochi con i compagni poveri e carichi di slanci, la famiglia d’origine, madre, fratello e quel padre illustre che ritorna come insopprimibile desiderio di reincontro, con un ringraziamento da porgergli. Le prime nozze, poi il matrimonio e la vita con Dori, i figli, Genova, il mare, la Sardegna, anche l’alcol, il sequestro di persona e il rapporto con la religione, con Cristo uomo e con un Dio da scoprire. 

«L’avrebbe pubblicata?». Questo Dori adesso racconta di essersi domandata a ogni frase, a ogni osservazione o confessione allo specchio. E non ha potuto che rispondere sì, perché in queste pagine è il Fabrizio che sapeva ascoltare e parlava con la convinzione serena di chi conosce il valore delle parole, la coscienza di sé e degli altri che animava l’umiltà con cui, alle prove dei concerti, si poneva con una pazienza infinita agli ordini dei tecnici che lavoravano con sapienza perché tutto fosse perfetto e poi andava lui stesso nell’ultima fila ad ascoltare perché nessuno fosse anche un poco escluso.

Leggendo guizzi fulminei o più elaborate analisi, si pensa al rischio che, in una società di comunicazione e immagine più che di contenuti, qualcuno provi a impossessarsi d’una frase tagliente o guizzante per impossessarsi di Fabrizio, ma anche da questo Dori lo sente riparato: «Certo, non essendo un extraterrestre, esprimeva pensieri nitidi e precisi, ma il suo pensiero non è rapinabile». E’ invece offerto per essere condiviso: chi di De André ha amato la poesia e la musica senza la fortuna di un dialogo leggendo queste pagine si ritrova in poltrona o sotto un albero a chiacchierare con lui, a fargli le domande che aveva in serbo e a sentirlo rispondere con la voce profonda e gentile.
 

giovedì 18 febbraio 2016

Fabrizio De André oggi avrebbe compiuto 76 anni: nove rarità che non troverete negli album

Ne avrebbe compiuti 76 oggi, di anni, l'amico fragile che il destino si è portato via troppo presto, nel 1999, a 58 anni. Eppure Fabrizio De André continua ad occupare un posto speciale, nell'immaginario di chiunque ami le canzoni, anche non necessariamente le sue, purché belle. Troppo complesso per diventare un personaggio di culto pret-a-porter, come impone l'odierna cultura di massa, troppo scomodo per la santificazione post-mortem di prammatica che fa la felicità degli irriducibili della monografia seriale, Faber è piuttosto una presenza costante, talmente ingombrante da non dare fastidio. Un faro, per certi versi, che anche se qualcuno prova a non guardare rimane lì, irremovibile, come gli scogli della sua Liguria, a rappresentare una delle più solide certezze che la musica italiana ci abbia mai offerto. E della quale andare fieri.
Ecco, di seguito, le sette canzoni pubblicate da Fabrizio De André pubblicate in origine come singoli (ma incluse nel cofanetto "In studio") più due brani - "Caro amore" e "E fu la notte" che l'artista scelse di non inserire nella sua discografia ufficiale. Buon ascolto, e tanti auguri, Faber...
1. Nuvole barocche



2. Il fannullone



3. Per i tuoi larghi occhi



4. Geordie




5. Il pescatore



6. Titti



7. Una storia sbagliata




8. Caro amore



9. E fu la notte

lunedì 11 gennaio 2016

Fabrizio De André, diciassette anni dalla morte: il vuoto lasciato da un cantautore autentico

L’11 gennaio di diciassette anni fa moriva Fabrizio De André, il più importante cantautore italiano. Era il più importante per molti aspetti: non è qui interessante capire se fosse il più bravo, ma per l’approccio al proprio mestiere e una serie di elementi di stile, di momento e di modo in cui i suoi brani sono arrivati al successo, De André può essere indicato come l’artista più rappresentativo per un intero genere di canzone.


Questo scritto però non parlerà solo di lui. Nel mese di gennaio sono venuti a mancare nel tempo molti dei migliori artisti della canzone d’autore italiana, per esempio Ivan GrazianiGiorgio Gaber, Pino Daniele, Piero Ciampi o Luigi Tenco. Mi è venuta così una riflessione in questi giorni: ci sono artisti che dopo la morte vengono sopravvalutati per via dello sciacallaggio di certo cattivo giornalismo, e altri che accrescono “autonomamente” in chi resta la percezione del proprio valore, solo a causa della loro mancanza, come se l’assenza fisica acuisse la sensibilità del fruitore attento.
Intendiamoci: il fruitore se è attento lo è anche quando quel cantautore è in vita. Il fatto è che, quando un ottimo artista ci lascia, crea un vuoto colmabile unicamente con la sua presenza, per la sola ragione che lui sapeva fare certe cose e altri no. Succede quando ad andarsene sono artisti con una dote su tutte: l’autenticità.
Proviamo a ragionarci su. Ho già parlato su queste pagine del concetto di “autentico” in contrapposizione a quello di “sincero”. Qui ci basterà tener presente che qualcosa di “autentico” rimanda a un autore certo, preso in considerazione per la sua capacità di “saper fare” l’oggetto unico di cui si discute (nel caso di De André, quindi, scrivere ed eseguire canzoni), su cui si riflette o che si vende all’incanto. “Autenticare” un’opera d’arte, d’altronde, significa attribuirla a un autore, attestare un’eccellenza o anche semplicemente un’esclusività creatrice. Un autore “autentico” (in cui c’è consequenzialità riconoscibile e poderosa tra lo stile e il contenuto) sarà quindi una maestranza preziosa per una certa comunità di persone, fino a diventare anche civilmente insostituibile, nell’ordine di idee di chi pensa che la bellezza possa essere utile per migliorare la qualità di vita di quella stessa comunità. A questo punto, la sua mancanza atterrà non solo alla sfera artistica (della canzone d’autore, della scultura o dell’architettura), ma determinerà un vuoto incolmabile nella società. Vuoto che diverrà esponenziale a ogni ascolto, finché la nostra percezione sarà tanto sensibile da saper accogliere l’intero potenziale della bravura di quell’autore.
Questo è accaduto nel caso di Fabrizio De André. C’è chi vorrebbe“screditarne” il valore, per via del fatto che non scrivesse completamente da solo le proprie canzoni, ma si avvalesse invece di importanti collaboratori; oppure chi esalta delle sue canzoni solo la parte testuale e ne sottolinea la supposta pochezza musicale. Discorsi spesso trascurabili, fuori fuoco quando non pretestuosi. I brani, e anche l’intera struttura di molti dischi di De André, avevano una consequenzialità poderosa tra le cose che diceva e la sua poetica, il suo stile. Nelle interviste non sprecava mai le parole: le pesava, come pesava i concetti e la coerenza di fondo; “accarezzava” ogni singolo termine, proprio come accadeva in canzone.
Scrivo queste cose ripensando anche alla prima volta che conobbi di persona Francesco Guccini: la stessa dolce sensazione di consequenzialità e coerenza tra l’uomo e la sua arte. Guccini, che fino ad allora conoscevo solo per le sue canzoni, era perfettamente come me l’aspettavo e la mancanza di sorpresa descriveva un’autenticità antica e preziosa.
In quanti oggi, per via di queste caratteristiche – così come succede per Gaber, o per Pasolini –, si chiedono cos’avrebbe detto e cosa avrebbe scritto Fabrizio De André di fronte a ciò che succede nel nostro contemporaneo? Ecco perché, da diciassette anni, il vuoto che ha lasciato ci rende inevitabilmente più soli.
© Paolo Talanca & Il Fatto Quotidiano