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mercoledì 27 aprile 2016

L’auditorium “Fabrizio De Andrè” di Scampia suggella il gemellaggio tra Napoli e Genova


Fabrizio De Andrè, musicista, poeta e...genoano. Con l'intitolazione dell'auditorium di Scampia, in viale della Resistenza, al cantautore scomparso nel 1999, Napoli ha di fatto sancito ancora una volta il gemellaggio con Genova e con, probabilmente, il suo interprete maggiore, colui che ha messo in musica lo spirito della città di mare ligure e la sua saudade quasi brasilera. La cerimonia, alla quale è intervenuta Dori Ghezzi, moglie di Faber, ha avuto due momenti molto belli e toccanti. Di mattina, quando le autorità comunali, con il sindaco de Magistris e l'assessore alla Cultura Nino Daniele, hanno scoperto la targa che suggella una splendida idea legata al doppio filo che corre tra Napoli e Genova e quando il coro delle scuole di Scampia ha dedicato alcune canzoni di Faber a Dori Ghezzi. Emozioni anche di sera quando si è assistito all'esibizione di varie band napoletane come A67, La Maschera, Raiz, Maldestro, Letti sfatti, Maurizio Capone e diversi altri, tutti con una propria rivisitazione del repertorio deandreiano.


Intitolare un auditorium a De Andrè in un quartiere che è allo stesso tempo simbolo di certo degrado ma anche voglia di riscatto, è un bel regalo per il musicista che ha sempre cantato degli umili, degli oppressi, degli ultimi, è il segno forte che un piccolo miracolo può sempre avvenire. È l'auspicio che questa struttura, con l'aiuto dei ragazzi del quartiere, delle mamme, della gente onesta e pulita, può essere un veicolo di attrazione per molti ragazzi. Sarà un luogo dove poter trascorrere piacevoli ore invece di stare in strada. “Guagliuni” che possono coltivare le proprie passioni come si fa col calcio, il pugilato, le arti marziali, il basket, attività già presenti nella zona. La musica, dunque, può rappresentare un volano per ripartire, per far sì che Scampia non sia solo cronaca nera e misfatti, tutto in nome di un amico di Napoli, un nostro gemellato.

La notizia che, però, viene fuori e che può far piacere a tutti gli appassionati di calcio e agli amanti della nostra città, soprattutto dopo aver letto le parole di Dori Ghezzi, è che Faber aveva un gran bel rapporto con Napoli. Non a caso, la locandina della manifestazione mostra una foto di De Andrè ventenne ritratto all'esterno della “Bersagliera” noto ristorante di Mergellina. Era il 1960 e il cantautore genovese veniva spesso in città perché era innamorato di una ragazza partenopea, si dice la sua prima fidanzata ufficiale. Ha amato la musica napoletana, ha collaborato con Murolo, ha canticchiato antiche melodie con una vena che possiamo ritrovare solo nelle sue composizioni più originali. Genova e Napoli, non lo scopriamo oggi, hanno molto in comune ed anzi, tra le città del Nord, De Andrè considerava Genova la “più terrona”.

Quando tre anni fa uscì “Il grifone fragile” il libro che Tonino Cagnucci gli dedicò sottotitolandolo “storia di un tifoso del Genoa”, capimmo che il calcio, per uno come lui che sembrava schivo, introverso ed elitario per certi versi, era importante. Venne fuori il vero De Andrè apocrifo, quello che si fece cremare con la sciarpa del Genoa. Ci può essere amore più grande? Aveva i rossoblù dentro il suo cuore ma, per una forma di pudore, non lo faceva capire e quando gli chiedevano perché non scrivesse un inno alla squadra dichiarava sempre: «non lo faccio, il Genoa mi coinvolge troppo, non avrei il necessario distacco per farlo». Con questo, e voglio sottolinearlo, una certa cultura che ha sempre pensato che il calcio fosse, con tanti pregiudizi, un fenomeno dozzinale, da oppio dei popoli, da divertimento popolare, è stata clamorosamente smentita.

Come, De Andrè tifoso? Sembrava scandaloso e ridicolo accostare un artista e poeta al mondo del pallone, eppure quando Cagnucci ha pubblicato i diari, scritti di suo pugno, con le formazioni rossoblù, le tabelle salvezza, i sogni di mercato, addirittura improperi contro la Juve ed il Milan, i diffidati della squadra che avrebbe incontrato il Genoa la domenica successiva, i marcatori, il racconto della prima volta allo stadio, è sembrato tutto più lapalissiano. Eravamo di fronte a un malato del Genoa, tifoso di Zigoni e Meroni, polemico col suo amico Paolo Villaggio, notoriamente sampdoriano. Un libro a tratti struggente, come quando chiede ai suoi rapitori cosa ha fatto il Genoa contro la Ternana, come quando scrive “Giugno 73” per festeggiare il ritorno in serie A del Grifone o quando chiede a Gesù bambino “caro Gesù, portami la divisa da giocatore del Genoa”".A noi piace ricordarlo così, sorridente anche quel maggio del 1982 quando Faccenda segnò il 2 a 2 a Napoli ed iniziò uno splendido gemellaggio coi cugini genoani. Bene, da oggi in avanti, con un auditorium a lui dedicato a Scampia, tiferemo ancora di più per il Grifone. 


martedì 26 maggio 2015

Inedito: il fantamercato del genoano De André

La sua accanita, incrollabile e profonda fede rossoblù stupirà quei poveri di spirito che ritengono il tifo un trastullo inadatto agli intellettuali e agli artisti


Il 26 maggio 1991 il Genoa conquista una storica qualificazione alla Coppa Uefa. Il giorno dopo alla sede del Grifone viene recapitato un telegramma: "Grazie di cuore a Spinelli Bagnoli gli atleti e a tutti quanti hanno contribuito direttamente e indirettamente al ritorno del Genoa ai massimi livelli internazionali". Il mittente è Fabrizio De André. La sua accanita, incrollabile e profonda fede rossoblù, ignorata dalle biografie ufficiali ma ben nota ai correligionari (che prima di ogni partita intonano Crêuza de mä), stupirà quei poveri di spirito che ritengono il tifo un trastullo inadatto agli intellettuali e agli artisti. Tutti gli altri ringrazieranno Tonino Cagnucci per avere raccolto ne Il grifone fragile (ed. Limina) alcune strepitose pagine autografe che documentano la passione calcistica di De André. C'è un'agenda del Credito Lombardo del 1988, in particolare, che farebbe invidia a Nick Hornby: i risultati della Serie A e le classifiche aggiornate, di domenica in domenica, con il computo delle reti segnate e subite e della media inglese. Una quantità impressionante di statistiche, annotate con la precisione maniacale del ragazzino che si dedica al suo hobby preferito: la classifica dei marcatori, l'elenco dei diffidati, le gare da disputare in trasferta, con tanto di previsioni partita per partita e di auspicio finale: "Ci si salva a 27". E ancora: grafici di formazioni schierate alla vecchia maniera, con il libero dietro (Signorini, ovviamente) e i numeri da 1 a 11. C'è persino un personalissimo fantamercato, che riporta ordinatamente acquisti, cessioni e le ipotetiche quotazioni dei giocatori: in una di queste formazioni immaginarie militano Alemao, Matteoli, Pusceddu (scritto Puxeddu, alla maniera sarda), in un'altra Ferri, Alejnikov e Zavarov. Non manca una formazione dei sogni, una prefigurazione del fantacalcio prossimo venturo, al quale è facile ipotizzare, a questo punto, che De André si sarebbe appassionato: Cusin, Mazinho, Baresi, Ferri, Branco, Alemão, Rijkaard, Gullit, Hässler, Casiraghi, Baggio. Del resto De André, come tutti noi, aveva contratto il morbo da piccolo: in una lettera a Gesù Bambino chiede, tra i tanti doni, anche "la divisa da giocatore del Genoa". E da tifoso viscerale si sarebbe sempre comportato, come racconta il sampdoriano Ivano Fossati: "Personalmente ho più cara nei miei ricordi la parte di lui che lo faceva parlare basso, da buon genovese a un altro genovese a un altro genovese. Niente lessico da libro stampato, nessun massimo sistema, ma frequenti risultati di partite di calcio. Il Genoa". è la prima delle tante testimonianze che impreziosiscono Faber è solo rossoblù (ed. Galata), scritto con evidente passione da Fabrizio Calzia e Laura Monferdini, che hanno incontrato persone molto vicine a De André. Anzi, vicinissime, come Dori Ghezzi: "Quando ci conoscemmo negli anni negli anni Settanta e io lo sfottevo, lui ribatteva sempre con massima serietà e altrettanto puntiglio che il Genoa aveva nove scudetti, né più né meno del mio Milan...". "Lontano da Genova o da casa", ricorda invece il figlio Cristiano, "penava tutto il pomeriggio della domenica fino a quando non gli dicevano il risultato". Un tifoso vero, innamorato di Riva, di cui volle diventare amico, e di Meroni, che non perdeva occasione di ricordare. E, come ogni tifoso, sentiva più di ogni altra cosa la rivalità cittadina: in una delle prime interviste si augurava addirittura "l'eliminazione della Sampdoria"; vent'anni più tardi avrebbe commentato così una performance canora di Gianni Minà, arrischiatosi a stonare Crêuza de mä in diretta televisiva: "L'hai cantata da sampdoriano!”.

Valerio Rosa

mercoledì 11 marzo 2015

Qui Supramonte, a voi Marassi


Sempre la stessa storia, quando ascolto “L’indiano” di Fabrizio De Andrè. Comodo sul mio divano scomodo, metto su l’album e mi godo gli shuffle di chitarra elettrica e il blues di “Quello che non ho”, una delle mie canzoni preferite in assoluto. Poi mi immergo nella poesia del “Canto del pastore servo”, del “Fiume Sand Creek” e di “Ave Maria”. E poi parte la traccia cinque e sono sopraffatto da un’emozione che rende impervia la strada per “Franziska”.
La traccia cinque è “Hotel Supramonte”. Un brano con un arrangiamento acustico su un tappeto di archi elettronici e un testo delicato e struggente, di un intimismo quasi doloroso. Racconta il sequestro di De Andrè e della moglie Dori Ghezzi per mano dell’Anonima Sequestri nel 1979, una storia di cui so tutto quello che gli innamorati cronici dell’arte di Faber sanno: il distacco da Genova, con cui “è stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati”, il trasferimento nella tenuta sarda a due passi da Tempio Pausania, la subitanea infatuazione per il popolo isolano, il rapimento nella notte del 27 agosto, i quattro mesi di prigionia circondati di natura, sospiri e pioggia, il rapporto umano con i carcerieri, che consentivano ogni tanto ai due di rimanere slegati e senza bende, l’intimità con Dori. E poi il pagamento del riscatto e la liberazione, il perdono degli autori materiali del sequestro (ma non dei mandanti), la scelta di non costituirsi parte civile contro i suoi custodi, come li definisce lui stesso, addirittura di firmare la domanda di Grazia al Presidente della Repubblica nei confronti di uno di loro. Un pastore sardo condannato a venticinque anni di prigione, pena di molto superiore a quella dei committenti.
Quello che non sapevo e che ho scoperto nel pomeriggio di una recente domenica grigia e uggiosa è che l’empatia tra carcerato e carcerieri si fondava sulla passione per il calcio. E che l’unico contatto con il mondo esterno che De Andrè abbia chiesto e ottenuto erano i risultati del suo Genoa. Che determinavano il suo umore al punto che, racconterà, uno dei giorni peggiori fu quando seppe che i rossoblù avevano perso a Terni. Non immaginavo questa passione, ho approfondito e ho scoperto un mondo.
C’è una vasta aneddotica che lega De Andrè ed il Grifone. C’è De André che nasce nell’ultima settimana in cui il Genoa è primo in classifica nella sua storia, a quel punto del campionato. C’è la prima volta a Marassi nel 1947, a vedere Genoa-Torino e a scoprirsi genoano “per una forma di antagonismo precoce” contro suo padre e suo fratello, tifosi granata. Ci sono le agende in cui appunta le formazioni del Genoa, le tabelle salvezza, i sogni di mercato. C’è Paolo Villaggio, grande tifoso doriano e ancor più grande amico di Faber, che non si rassegna neanche dopo la morte al suo credo genoano. C’è, forse, la tentazione di scrivere un inno, e c’è la motivazione del rifiuto che è una dichiarazione d’amore più grande di qualsiasi inno: “Non posso scrivere del Genoa perché sono troppo coinvolto. L’inno non lo faccio perché non amo le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord. Semmai al Genoa avrei scritto una canzone d’amore, ma non lo faccio perché per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo”.
Chissà se gli sarebbe piaciuto questo Genoa che ogni volta che accarezza qualche velleità europea viene smantellato. Come se negasse ai suoi tifosi la possibilità di sognare. Immagino che avrebbe stimato Gasperini e avrebbe malsopportato Preziosi e tutto il suo universo di Gormiti, presunte combine, valigette zeppe di soldi, calciatori comprati e venduti come figurine. Immagino avrebbe tifato comunque il suo “Zena”, perchè, per dirla con le sue parole, “il tifo è una sorta di fede laica, nasce da un bisogno forse infantile ma pur sempre umano”. Ma sono certo che non avrebbe potuto fare a meno di amarlo. Perchè, di Grifone, Faber era malato. Per sua stessa ammissione, quando durante un concerto si fermò, poggiò per terra la chitarra e disse: “Scusate, vi devo dire una cosa. Ho una malattia”. Silenzio. Di tutti. Tirò fuori una sciarpa rossoblù. “Il Genoa. La mia malattia si chiama Genoa”. Chissà se è la stessa sciarpa rossoblù con cui si è fatto cremare.
© Gianni Marzano

mercoledì 18 febbraio 2015

Il calcio, la tv. L’altro Fabrizio sapeva godersi le giornate di «bonaccia»


Non vado pazzo per le celebrazioni, le beatificazioni, le rievocazioni. Normalmente ne sto lontano, perché considero sacrosanto solo il ricordo strettamente personale dei fatti e delle persone. Quello, per intenderci, che si conserva da soli, in silenzio. Ma certo si può ammettere qualche legittima deroga a tutto questo. Fabrizio De André è stato ricordato e celebrato, forse ogni singolo giorno dal momento della sua scomparsa, come non era accaduto prima a nessun grande artista italiano. Questo testimonia il vuoto tangibilmente grande che ha lasciato nel cuore e ancor più nel bisogno di conforto dei molti che lo hanno amato. Piccole e grandi celebrazioni avvenute un poco dovunque in giro per l’Italia. Tributi sempre più o meno accorati e a distanza di dieci anni non ancora liberati del tutto dall’ombra accompagnatrice del rimpianto. Perfino la sorpresa, per la perdita di quell’uomo così discreto ma così presente nella storia dei sentimenti di questo Paese, si è fatta sentire fino all’ultimo, cioè fino a oggi. Così le celebrazioni sono state spesso vagamente lacrimose.
La memoria di Fabrizio ha diritto oggi a qualcosa di diverso, ne sono più che convinto. Merita più delle agiografie, delle biografie, delle scontate raccolte di canzoni rimasterizzate e reimpacchettate. Merita soprattutto di sfuggire all’aneddotica prêt à porter cui vengono fatalmente adattate le figure dei grandi artisti quando non sono più in grado di confutare o di precisare. Quando gli amici, i compagni di strada, quelli che sanno, che hanno visto, quelli che c’erano, si moltiplicano a dismisura.
«Fabrizio oggi è di tutti» dice Dori Ghezzi con tollerante senso della realtà. Purtroppo nessuna seriosissima esegesi, nessuno scandagliamento della sua opera ci restituisce la complessità, o se si preferisce, la completezza del carattere di De André. Così, personalmente, ho più cara nei miei ricordi la parte di lui che lo faceva «parlare basso», da buon genovese a un altro genovese. Niente lessico da libro stampato, nessun massimo sistema, ma frequenti risultati di partite di calcio. Il Genoa. E magari qualche gioioso apprezzamento per rotondità muliebri fuggevolmente offerte da programmi tv di taglio basso. Garbato e sornione s’intende, in salsa fredda, alla ligure. Un mondiale di calcio, il festival di Sanremo, le televendite. Qualche lieve ubriacatura. Un po’ di birre a Sestri Levante per festeggiare il testo di «A Cimma», che ci era sembrato irraggiungibile. E improvvisamente le ginocchia di tutti e due che non reggono più per tornare a casa. Perché non erano più gli anni settanta. Era questo un De André «semplificato» che la gente avrebbe amato e compreso ancora di più, se è mai possibile. Le leggerezze dette a piena bocca umanizzano. Sono un dono che il cielo fa agli uomini di grande intelligenza, i quali se vogliono ne usano, come per cercare riposo. Alcuni che idealizzano e rendono monumentali uomini e artisti, secondo un’immagine che non ammette imperfezioni, non capirebbero.

Fabrizio era vitale e come ogni persona del suo tipo era capace di scarti improvvisi, di spiazzamenti all’interno del suo stesso essere. Figurarsi all’esterno, cioè stargli vicino. Giornate intere di bonaccia, calma quasi piatta, e poi improvvise scosse elettriche con rincorse verso l’alto o verso il basso. In alto lo spirito filosofico e in basso il fondo dei garbugli umani. Secondo l’umore, secondo la giornata. Troppo terribilmente intelligente per definirlo un buono. Ma quest’ultimo era il Fabrizio che preferivo. Invece il grande artista, quello come tutti se lo sarebbero aspettato, lo conoscevo bene. Ero stato un suo ammiratore molto prima che un suo amico. A poco più di vent’anni avevo letteralmente consumato sul piatto del giradischi «Non al denaro, non all’amore, né al cielo» e «Storia di un impiegato».
Tenevo in considerazione quei due album al pari di quelli di Jimi Hendrix o degli Stones. Nessuna differenza. Come se la musica di Fabrizio fosse arrivata anch’essa dall’America, da Plutone o da un pianeta ancora più lontano, sul quale fosse lecito scrivere canzoni in italiano. L’eroe che aveva tradotto in musica «Spoon River», allontanandola dalla noia delle antologie scolastiche lo conoscevo già. Ora a distanza di anni, durante la scrittura di «Anime salve» mi piaceva di più passare quei lunghi pomeriggi piemontesi con un Fabrizio quieto e sorridente, accovacciato a terra davanti a un apparecchio radio degli anni sessanta, in attesa dei risultati delle partite di calcio, la domenica pomeriggio.
«Il Genoa, il Genoa, cos’ha fatto il Genoa»? Ma la sua squadra del cuore non brillava granché in quel periodo. Forse questo decennale e la grande mostra che si inaugura a Genova non faranno di Fabrizio De André un immobile monumento. Forse a Genova la marea di gente che gli vuole bene potrà servirsi da sé a piene mani e ubriacarsi di dati, ricordi e racconti digitali. In mezzo a tutte quelle immagini io dico che dovrà essere come un prolungato abbraccio festoso. Senza più ombra di rimpianto. Anche per via di quella gioia che infonde, soprattutto nei ragazzi, il poter rovistare navigando nella tecnologia. E la tecnologia risponde nell’unico modo che sa: raccontando perfettamente il passato, ma con la voce del futuro.
Ivano Fossati 
(Questo articolo di Ivano Fossati è apparso sulla copertina dello speciale Eventi del Corriere della Sera dedicato alla mostra su Fabrizio De André per il decennale della scomparsa che si apre il 31 dicembre al Palazzo Ducale di Genova.)

giovedì 17 luglio 2014

Abbadie

Addio a Julio Cesar Abbadie, il primo mito di Fabrizio De André


"...E la domenica allo stadio. Quando il Genoa giocava in trasferta, nei cinema a vedere film d’avventura.

"Verso i dodici anni ero una tremenda testa di cazzo, un ribelle davvero".

Prende a sassate un pedofilo, riesce a dire di no a un prete che prova a toccarlo, viene bocciato in seconda media, prende a fucilate col fucile a pallini avuto per una promozione il presidente della Federcaccia, litiga col fratello (quello sempre, ogni letterina bambina che sta a Siena si chiude con la promessa di non litigare più con Mauro), a 14 anni conosce il poeta Remo Borzini, a 16 il padre gli porta il primo 78 giri di Brassens e contemporaneamente scopre un altro cantore per far felici le povere folle: Julio Cesar Abbadie:

"In quel periodo il Genoa acquistò un genio del football nella persona di Giulio Cesar Abbadie, un uruguagio magnetico e tenebroso capace di portare la palla in porta partendo da metà campo in un dribbling stretto e sbilanciato con la palla sempre incollata ai piedi e a una velocità progressiva che aveva del miracoloso. Purtroppo anche lui dopo un paio di stagioni se ne tornò in Uruguay, denunciando delle strane forme di pleurite, ma i soliti informati giurano che furono vicende sentimental-familiari ad obbligarli al rimpatrio".
Dai diari di Fabrizio De André

Abbadie è stato il primo vero compiuto innamoramento calcistico di Fabrizio De André dopo quello naturale di Verdeal. Di Abbadie Fabrizio ne parlerà sempre. Prima di tornarsene in Uruguay, dove batterà il Real Madrid vincendo la Coppa Intercontinentale, Julio Cesar Abbadie andrà a Lecco. Ricordatevelo anche questo: Abbadie lascerà il Genoa per il Lecco. Nel 1960. Gli anni Cinquanta sono stati anni di serie A. È stato il decennio, dopo la guerra, in cui il Genoa è stato più stagioni in serie A, sette campionati ininterrottamente fra il 1953-54 e il 1959-60. Gli anni Cinquanta sono stati il 1954 quando Fabrizio De André si rifiuta di iscriversi al liceo che si chiama Doria, s’innamora di Anna la puttana pelosa, si mette il montgomery bianco e la sciarpa rossoblù al tempio, mentre una volta lo beccano a far l’amore in chiesa. Nel 1959 conosce il poeta Mannarini. È il Genoa dell’adolescenza di Fabrizio, anima in pena in terra e mare, che impara a lottare per la salvezza. Anima salva per questo. Siamo vicini al boom dei Sessanta: la Ballata del Michè. Nel 1962 Fabrizio De André si sposa con Enrica Rignon, la sua Puny, troppo presto per non lasciarsi un giorno, e diventa padre a dicembre di quell’anno. Nel 1962 Fabrizio De André marito e padre diventa consapevole di una cosa: il calcio è arte. Lo scrive. A Genova arriva Gigi Meroni... E questa è un'altra storia. Un altro amore."

(Dal "Grifone fragile")


Addio a Julio Cesar Abbadie, il primo mito di Fabrizio De André




martedì 29 ottobre 2013

Intervista radiofonica su SBS (Australia)

Tramite il link di SBS, la grande emittente australiana che trasmette in decine di lingue diverse raggiungendo milioni di radioascoltatori, è possibile ascoltare l'intervista di Dario Castaldo all'autore de "Il Grifone fragile", Tonino Cagnucci.
Per ascoltare l'intervista, andata in onda il 20 ottobre 2013, è sufficiente cliccare QUI

Intervista di Dario Castaldo per SBS Italian

lunedì 14 ottobre 2013

Recensioni: MUCCHIO

La recensione di Gabriele Pescatore per il MUCCHIO (il Mucchio Selvaggio) di Settembre 2013.
Clicca sull'immagine per ingrandire
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mercoledì 9 ottobre 2013

Pomeriggio da Campioni - Rai Sport 1

08.10.2013 - Tonino Cagnucci ospite nella trasmissione Pomeriggio da Campioni (Rai Sport 1) presenta Il Grifone fragile.
Per rivedere la trasmissione tramite il sito di Rai Sport cliccare QUI (dal minutaggio 00.15)

Per le immagini si ringrazia Anton Filippo Ferrari

giovedì 26 settembre 2013

"Il Grifone fragile" storia del tifoso genoano Fabrizio De Andrè

«Caro Gesù bambino, vorrei che mi portassi una maglia del Genoa». La lettera, scritta da piccolo dal celebre cantautore genovese e genoano Fabrizio De Andrè, è contenuta nel testo originale nel volume "Il grifone fragile" (Limina edizioni) scritto da Tonino Cagnucci. Il libro è stato presentato oggi pomeriggio al Tempio alla presenza dell'autore (giornalista de Il Romanista, tifoso della Roma e grande estimatore di De Andrè), del giornalista di Repubblica, Massimo Calandri, del professor Stefano Massa, membro del Comitato Ricerche e Storia del Museo della Storia del Genoa, Pippo Spagnolo, padre della Tifoseria organizzata, e Roberto Scotto, capo della To.


«Questo volume è un tripudio di ricordi e di appunti sull'amore per il Genoa di Fabrizio De Andrè» ha ricordato Calandri. Cagnucci ha preso la parola sottolineando un concetto principale della sua opera: «Questo libro è nato contro i pregiudizi che colpiscono il calcio. Ci si chiederà se un poeta, il più grande del '900 a mio giudizio, come De Andrè potesse essere tifoso del Genoa. Scriveva il cantautore che il tifo è un bisogno primario del genere umano».

Il professore Massa ha raccontato di una curiosa coincidenza, riportata nel libro «Il giorno della nascita di De Andrè, il 18 febbraio 1940, accadeva che il Genoa vinceva per 1-0 a Novara. Tuttavia, a causa della testimonianza di un guardalinee, la gara fu annullata poiché la squadra rossoblù aveva battuto due volte a centrocampo. L'incontro fu disputato di nuovo e il Grifone perse».

E' la volta di Pippo Spagnolo che ha ricordato un episodio. «Mentre eravamo assieme da Porto Torres a Genova, passammo un'intera notte a parlare del Genoa. Io e De Andrè eravamo uniti dalla passione per i colori rossoblù».

Roberto Scotto dapprima ha ricordato che «noi genoani siamo eterni come i templi di Ramses che durano nei secoli. Abbiamo festeggiato i 120 anni e festeggeremo anche i 240: il Genoa è eterno». Scotto ha infine spiegato che tramite Cagnucci ci saranno iniziative per aiutare la Comunità di San Benedetto al Porto del compianto Don Gallo, tra cui la donazione della maglia del capitano della Roma Francesco Totti che potrebbe essere messa all'asta per reperire fondi.




Articolo di Marco Liguori per Pianeta Genoa