sabato 30 aprile 2016

In mostra a Trieste i disegni inediti di Pasolini e le incisioni di Zigaina

Sabbia, conchiglie, foglie, fiori. Sono i materiali che Ninetto Davoli passa a Pierpaolo Pasolini, intento a realizzare i suoi disegni, sullo sfondo senza fine della laguna di Grado. Un inedito Pasolini pittore, nella scena di poesia quotidiana immortalata in uno scatto fotografico che ne restituisce tutta l’intensità. Anche questa immagine, come i disegni di Pasolini, saranno esposti a Trieste dal 16 aprile fino all’8 maggio. Una piccola mostra, una ventina di pezzi appena. Ma raccoglie e rilancia una storia importante, ricostruita all'interno di un progetto intitolato “Zigaina e Pasolini”, dedicato al sodalizio tra il pittore e il poeta-regista, sul set.

Nel contesto, partendo dalla location gradese del film Medea (1969), si è approfondito il rapporto di Pasolini e Zigaina con il territorio lagunare. Ed è nata così l'esposizione che al Museo Revoltella di Trieste, dal 16 aprile all' 8 maggio, mette a confronto i disegni realizzati da Pasolini sull'isolotto di Mota Safon e le incisioni elaborate da Zigaina nel complesso ed esistenziale rapporto con il suo territorio d'origine.

Durante la ricerca, grande è stata la sorpresa nel ritrovare un nucleo di disegni di Pasolini ancora nelle case dove l'autore le lasciò: da quel 1969, anno delle riprese del film, sino al 1972, quando si tenne l'ultima importante presenza di Pasolini a Grado, il regista produsse una serie ancora imprecisata di opere su carta che egli stesso donò agli amici che aveva incontrato nel territorio, cui spesso, come risulta di suo pugno, dedicò alcuni lavori.
Dimenticati da allora, sono riemersi partendo dalla testimonianza di Zigaina raccolta da Francesca Agostinelli, curatrice della mostra, negli ultimi anni di vita del pittore. Confrontando il racconto con materiali fotografici, carteggi e testimonianze del luogo, la critica ha ricostruito la tessitura di relazioni e amicizie che ha portato al ritrovamento dei disegni pasoliniani.
Si sono così individuate otto collezioni private tra Grado, Aquileia, Cervignano del Friuli, San Giorgio di Nogaro da cui sono riaffiorati nove disegni che testimoniano il paesaggio che Pasolini realizzò staccando l'occhio dalla macchina da presa. Si tratta di un ritratto di Maria Callas, la grandissima Medea nel film, sono pali e reti dell'isolotto di Mota Safon, location della casa del Centauro e fondale delle riprese con Laurent Terzieff, Maria Callas, Giuseppe Gentile.
Altri brani ancora riprendono i Lumi del Safon, in una lettura rapida del luogo testimoniata da una serie di fotografie in cui Pasolini disegna sull'isolotto gradese, accanto al pittore Zigaina e Ninetto Davoli. Si tratta di opere su carta realizzate senza ripensamento partendo dai mezzi che Ninetto Davoli passa al regista e completati da materiali prelevati dall'intorno: sabbia, conchiglie, foglie, fiori.

Tra tutti, Paletti del Safon pare realizzato nell'istante fermato da una fotografia. Pasolini è di spalle e Ninetto lo aiuta. Davanti a loro la vastità ferma della laguna. Ma l'inciampo dello sguardo è nell'assemblaggio “alla buona” di pali e reti, posto su un paesaggio a perdere davanti allo sguardo di Pasolini, che pur padroneggiando vastità vertiginose, si ferma sugli elementi poveri della prossimità.

Questi lavori saranno dunque visibili al Museo Revoltella, nella mostra «Le due lagune. I disegni di Pasolini, le incisioni di Zigaina», nella quale cinque dei pezzi ritrovati saranno accostati a un nucleo di opere di Pasolini provenienti dalla collezione Zigaina, amico del regista, che fu grande estimatore del Pasolini disegnatore e pittore e raccolse nella sua collezione privata quasi cinquanta opere dell'amico. Ma non finiscono gli elementi di novità della mostra: accanto ai ritrovamenti pasoliniani ci saranno due inediti di Zigaina che rappresentano le ultime opere realizzate dall'artista all'età di novanta anni. Sono l'estremo contributo al ciclo Verso la laguna, e rappresentano quel paesaggio affettivo ed esistenziale da Giuseppe Zigaina indagato sino agli ultimi giorni della sua vita.















 «Le due lagune. I disegni di Pier Paolo Pasolini e le incisioni di Giuseppe Zigaina»
a cura di Francesca Agostinelli
Civico Museo Revoltella, Trieste
Galleria d'Arte Moderna
16 aprile - 8 maggio 2016
http://www.museorevoltella.it

mercoledì 27 aprile 2016

L’auditorium “Fabrizio De Andrè” di Scampia suggella il gemellaggio tra Napoli e Genova


Fabrizio De Andrè, musicista, poeta e...genoano. Con l'intitolazione dell'auditorium di Scampia, in viale della Resistenza, al cantautore scomparso nel 1999, Napoli ha di fatto sancito ancora una volta il gemellaggio con Genova e con, probabilmente, il suo interprete maggiore, colui che ha messo in musica lo spirito della città di mare ligure e la sua saudade quasi brasilera. La cerimonia, alla quale è intervenuta Dori Ghezzi, moglie di Faber, ha avuto due momenti molto belli e toccanti. Di mattina, quando le autorità comunali, con il sindaco de Magistris e l'assessore alla Cultura Nino Daniele, hanno scoperto la targa che suggella una splendida idea legata al doppio filo che corre tra Napoli e Genova e quando il coro delle scuole di Scampia ha dedicato alcune canzoni di Faber a Dori Ghezzi. Emozioni anche di sera quando si è assistito all'esibizione di varie band napoletane come A67, La Maschera, Raiz, Maldestro, Letti sfatti, Maurizio Capone e diversi altri, tutti con una propria rivisitazione del repertorio deandreiano.


Intitolare un auditorium a De Andrè in un quartiere che è allo stesso tempo simbolo di certo degrado ma anche voglia di riscatto, è un bel regalo per il musicista che ha sempre cantato degli umili, degli oppressi, degli ultimi, è il segno forte che un piccolo miracolo può sempre avvenire. È l'auspicio che questa struttura, con l'aiuto dei ragazzi del quartiere, delle mamme, della gente onesta e pulita, può essere un veicolo di attrazione per molti ragazzi. Sarà un luogo dove poter trascorrere piacevoli ore invece di stare in strada. “Guagliuni” che possono coltivare le proprie passioni come si fa col calcio, il pugilato, le arti marziali, il basket, attività già presenti nella zona. La musica, dunque, può rappresentare un volano per ripartire, per far sì che Scampia non sia solo cronaca nera e misfatti, tutto in nome di un amico di Napoli, un nostro gemellato.

La notizia che, però, viene fuori e che può far piacere a tutti gli appassionati di calcio e agli amanti della nostra città, soprattutto dopo aver letto le parole di Dori Ghezzi, è che Faber aveva un gran bel rapporto con Napoli. Non a caso, la locandina della manifestazione mostra una foto di De Andrè ventenne ritratto all'esterno della “Bersagliera” noto ristorante di Mergellina. Era il 1960 e il cantautore genovese veniva spesso in città perché era innamorato di una ragazza partenopea, si dice la sua prima fidanzata ufficiale. Ha amato la musica napoletana, ha collaborato con Murolo, ha canticchiato antiche melodie con una vena che possiamo ritrovare solo nelle sue composizioni più originali. Genova e Napoli, non lo scopriamo oggi, hanno molto in comune ed anzi, tra le città del Nord, De Andrè considerava Genova la “più terrona”.

Quando tre anni fa uscì “Il grifone fragile” il libro che Tonino Cagnucci gli dedicò sottotitolandolo “storia di un tifoso del Genoa”, capimmo che il calcio, per uno come lui che sembrava schivo, introverso ed elitario per certi versi, era importante. Venne fuori il vero De Andrè apocrifo, quello che si fece cremare con la sciarpa del Genoa. Ci può essere amore più grande? Aveva i rossoblù dentro il suo cuore ma, per una forma di pudore, non lo faceva capire e quando gli chiedevano perché non scrivesse un inno alla squadra dichiarava sempre: «non lo faccio, il Genoa mi coinvolge troppo, non avrei il necessario distacco per farlo». Con questo, e voglio sottolinearlo, una certa cultura che ha sempre pensato che il calcio fosse, con tanti pregiudizi, un fenomeno dozzinale, da oppio dei popoli, da divertimento popolare, è stata clamorosamente smentita.

Come, De Andrè tifoso? Sembrava scandaloso e ridicolo accostare un artista e poeta al mondo del pallone, eppure quando Cagnucci ha pubblicato i diari, scritti di suo pugno, con le formazioni rossoblù, le tabelle salvezza, i sogni di mercato, addirittura improperi contro la Juve ed il Milan, i diffidati della squadra che avrebbe incontrato il Genoa la domenica successiva, i marcatori, il racconto della prima volta allo stadio, è sembrato tutto più lapalissiano. Eravamo di fronte a un malato del Genoa, tifoso di Zigoni e Meroni, polemico col suo amico Paolo Villaggio, notoriamente sampdoriano. Un libro a tratti struggente, come quando chiede ai suoi rapitori cosa ha fatto il Genoa contro la Ternana, come quando scrive “Giugno 73” per festeggiare il ritorno in serie A del Grifone o quando chiede a Gesù bambino “caro Gesù, portami la divisa da giocatore del Genoa”".A noi piace ricordarlo così, sorridente anche quel maggio del 1982 quando Faccenda segnò il 2 a 2 a Napoli ed iniziò uno splendido gemellaggio coi cugini genoani. Bene, da oggi in avanti, con un auditorium a lui dedicato a Scampia, tiferemo ancora di più per il Grifone. 


martedì 26 aprile 2016

«Faccio pace con mio padre Faber. L’orgoglio per me è arrivato tardi»

I conflitti familiari, l’alcol, l’assenza: esce l’autobiografia di Cristiano De André
«Lui ha avuto problemi nell’infanzia, poi li ha avuti con me ed io con i miei figli»


C’è un Fabrizio De André artista. E un Fabrizio De André privato. Tanto grande indiscutibilmente è stato il primo, quanto discusso è stato il secondo. A metterli a confronto è il figlio Cristiano. Che sta per pubblicare la propria autobiografia La versione di C. (Mondadori) e a ripartire in tour con il progetto «De André canta De André». Le pagine scritte da Cristiano sono spesso crude. Racconta dei suoi trascorsi con l’eroina e l’alcol, di quando ha alzato le mani sulla moglie, del rapporto altalenante con i figli. «È stato terapeutico. Mi sono denudato, avevo bisogno di fare pace col passato e vincere dei fantasmi». Il musicista 53enne (C. era il soprannome coniato dal genitore) non risparmia nulla nemmeno al padre. Racconta di quanto sia stato assente, di quanto poco lo vedesse causa la sua attitudine al lavoro notturno e l’andare oltre con la bottiglia, di quanto fosse avaro sentimentalmente. Aneddoto: quando nel 1993 arrivò secondo a Sanremo lo chiamò: «Questa è la seconda soddisfazione che mi dai dopo il dentice pescato a sei anni! Complimenti, C., sono orgoglioso di te». «Alla fine però esce il senso del perdono. Che c’era già stato con lui ancora in vita. Essere padre non è nel Dna di tutti. Lui ha avuto problemi nell’infanzia e nell’adolescenza, li ha poi avuti con me e io li ho avuti con i miei figli». Dopo anni turbolenti ci fu il riavvicinamento, quando Fabrizio gli chiese di suonare e di firmare degli arrangiamenti per il tour di «Anime salve». «Anche se tardi e col contagocce, ho sentito il suo orgoglio». 

Il peso del cognome, la droga... erano solo accenni del testo di «Invisibili», portata a Sanremo 2014. «La canzone ti protegge, è uno scudo. In un’autobiografia è diverso. Devi scrivere tutto. Il coraggio di farlo me lo ha insegnato la coerenza di papà, il suo essere controcorrente». Il peso di essere figlio d’arte l’ha sentito. «C’è gente che ti sottolinea di continuo quanto lui fosse un genio e quanto tu non lo sia. Non avevo quella creatività che aveva lui come cantautore, ma sapevo che avrei fatto il musicista. Ho studiato al Conservatorio, ho fatto la gavetta e oggi ho più sicurezza in me». Faber ha debuttato 50 anni fa con «Tutto Fabrizio De André», album con brani che hanno fatto la storia della canzone italiana come «La guerra di Piero», «Via del Campo» e «La canzone di Marinella». Saranno l’ossatura del nuovo tour, il terzo, «De André canta De André», debutto il 24 giugno dalla Cavea dell’Auditorium di Roma. «Non coverizzo mio padre, proseguo il suo lavoro portandolo a chi lo ha amato e alle nuove generazioni che non l’hanno potuto vivere direttamente». Quei brani erano densi di messaggi forti. «Ha anticipato i tempi. È stato un punto di appiglio nel vuoto esistenziale, nel nulla che si è amplificato con l’idea che la felicità si possa comprare, che ci sia un dio filigranato davanti cui inginocchiarsi, una sottocultura figlia del berlusconismo. Oggi direbbe le stesse cose di allora». 

Lo show, che diventerà poi un live, è diverso dai due precedenti. «Ci saranno 15-18 pezzi che non avevo mai fatto prima. Nei primi spettacoli avevo un’idea più rock degli arrangiamenti e non ci stava bene. Adesso stiamo andando verso un suono che abbraccia l’elettronica alla Talking Heads o Peter Gabriel. Del resto papà sognava di fare un disco con i Pink Floyd... In futuro vorrei fare un altro capitolo: le canzoni d’amore in versione classica, con l’orchestra». È stata coraggiosa l’idea di riprendere le canzoni del padre. « È un modo per avvicinarmi a lui. Ogni volta che riascolto i suoi brani colgo cose nuove. Sapeva essere spietato con se stesso, scavava dentro di sé fino in fondo. E a differenza di altri non ha ceduto al mercato».
Bilancio finale. Come è stato essere figlio d’arte di Faber? «Poteva andare peggio... I confronti li lascio a chi ne ha bisogno». Ed essere stato figlio di Fabrizio De André? «Adesso sono finalmente in pace».