venerdì 17 maggio 2013

Facevo trasferte lunghissime...

"Facevo trasferte lunghissime, in automobile. Pinelli era malato di diabete e ogni tanto si doveva fermare. Lo vedevo impallidire e poi, all'improvviso, piantarsi una siringa nella coscia. Si faceva di tutto per il Genoa".

Fabrizio De André, da: Il Grifone fragile, pagina 73

giovedì 16 maggio 2013

E' difficile resistere per quattro mesi

"E' difficile resistere per quattro mesi. Non ho potuto nemmeno farmi la barba. Per lavarci la faccia ci fornivano acqua di ruscello. Solo un paio di volte ci hanno fatto la pastasciutta ma di solito ci nutrivano con pane duro di Gallura, pancetta, formaggio e tonno, tonno, tonno (...) L'unica cosa che non ci hanno fatto mai mancare erano le sigarette (...) Non ci hanno nemmeno permesso di sentire la radio, tranne un paio di domeniche per distrarci con il campionato di calcio: ricordo di aver sentito la radiocronaca di due vittorie del Milan e soprattutto di una netta sconfitta del mio Genoa, il 3-0 a Terni. E quella è stata una domenica ancora più tremenda per me..."

Fabrizio De André da: Il Grifone fragile, pagina 109

mercoledì 15 maggio 2013

Il Grifone fragile


     Fabrizio De André s’è fatto cremare con la sciarpa del Genoa. S’è nascosto il Genoa dentro al cuore. «Ma come, De André tifoso?». È il gusto di rispondere a questo odioso stupore. Come se la cultura non fosse stare con gli occhi aperti in mezzo al mondo. Come se il calcio, un manufatto dell’umanità fatto coi piedi, non fosse arte. Come se non fossero esistiti Meroni, Cantona, Le Tissier, Maiellaro, Garrincha, Vendrame. Come se non fossero giganteschi affreschi umani le curve prima dell’avvento della Tessera del Tifoso, e come se non fosse amore quello che c’è dietro a tutto questo. È come fosse uno scandalo che non si può dire: il calcio come arte e poesia.

    Il pallone sta dalla parte della vita. De André come nessun altro è stato da questa parte. Fa scalpore la sproporzione fra quanto scritto sul suo cuore, alla ricerca del suo cuore, e il suo cuore semplicemente rossoblu. Come se questo non fosse un modo degno di raccontare o, peggio, di raccontarlo. È il più grande sgarbo che si possa fare a De André, lui che ha sempre cercato il vero, che spesso trovi nel basso e non nell’alto dei cieli (il Grifone simbolo del Genoa si mischia con la terra per volare), fiutando peggio di un cane frammenti di racconti perduti.

    Il Genoa è stato il suo pudore. In tutta la sua produzione non l’ha mai nominato. Il Genoa è stato il suo amore. E quando verranno a chiedertelo un amore così lungo tu non darglielo in fretta... Non l’hanno ancora fatto. Il vero De André apocrifo è questo.

Il Genoa dentro il cuore di Faber

Fabrizio De André si è fatto cremare con la sciarpa del Genoa. Si è nascosto il Genoa dentro il cuore. “Ma come, De André tifoso?” È il gusto di rispondere a questo odioso stupore. Come se la cultura non fosse stare con gli occhi aperti in mezzo al mondo. Come se il calcio, un manufatto dell’umanità fatto con i piedi, non fosse arte. Come se non fossero esistiti Meroni, Cantona, Le Tissier, Maiellaro, Garrincha, Vendrame. Come se non fossero giganteschi affreschi umani le curve prima dell’avvento della Tessera del Tifoso, e come se non fosse amore quello che c’è dietro a tutto questo. È come fosse uno scandalo che non si può dire: il calcio come arte e poesia. Il pallone sta dalla parte della vita. De André come nessun altro è stato da questa parte.
Fa scalpore la sproporzione fra quanto scritto sul suo cuore, alla ricerca del suo cuore, e il suo cuore semplicemente rossoblù. È il più grande sgarbo che si possa fare a De André, che spesso trovi nel basso e non nell’alto dei cieli, perché il Grifone, simbolo del Genoa, si mischia con la terra per volare.


Libraio - Maggio 2013