Genova -De Andrè e il Genoa: storia d'amore struggente, di un'intensa fede rossoblù. Storia d'amore raccontata in "Grifone Fragile",
libro del giornalista Tonino Cagnucci, presentato oggi pomeriggio al
Ferraris insieme a Pippo Spagnolo e e Roberto Scotto padri della Gradinata Nord e amici di Faber.
Cagnucci, caporedattore del Romanista, tifoso giallorosso e fan di De Andrè, svela nei particolari i dettagli della passione di De Andrè per il Grifone.
Viene fuori un ritratto inedito di un De Andrè che si appuntava su
un'agenda le formazioni del Genoa, i possibili acquisti per rinforzare
il team rossoblù, o tabelle punti per raggiungere al più presto la
salvezza. Quello che magari fanno tanti tifosi. Quello che faceva anche
un tifoso speciale come Fabrizio De Andrè.
«Racconto la fede di De Andrè per il Genoa- spiega Cagnucci -
il De Andrè in versione tifoso, dalla nascita fino alla morte. Si sapeva
che lui era genoano, ma attraverso una lunga ricerca sono venuti fuori
tantissimi aneddoti anche tramite i racconti di Dori Ghezzi. Quello che
mi ha colpito di più è quello che riguarda i giorni della prigionia di
De Andrè quando l'unico legame che gli permetteva di dialogare con i
suoi rapitori era proprio il Genoa».
E la presentazione di oggi pomeriggio al Ferraris è stata anche l'occasione per festeggiare gli 80 anni di Pippo Spagnolo,
celebrato dai tifosi della Nord con una torta a sopresa. Spagnolo,
emozionato ha spento le candeline: «Genoani si nasce - le parole di
Spagnolo - spesso ai miei amici rossoblù dico: "Sei già genoano, vuoi
anche vincere? Non c'è bisogno, bastano emozioni come queste"».
Articolo di Valerio Arrichiello per Il Secolo XIX
Fabrizio De André: storia di un tifoso del Genoa
Un libro di Tonino Cagnucci - Edizioni Limina, 2013
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giovedì 26 settembre 2013
sabato 21 settembre 2013
L’amor profano di chi volava in alto nel cielo
Il Grifone fragile - Fabrizio De André: storia di un tifoso del Genoa
(Limina, pp. 171, euro 16.90) è il nuovo libro di Tonino Cagnucci. Non è
solo un libro. È un esperimento difficile. Cercare l’uomo nel mito. Il
De Andrè tifoso del Genoa nel De Andrè poeta. Un atto blasfemo,
dissacrante, quasi di lesa maestà. Tre caratteristiche, che subito fanno
amare questa ricerca letteraria. Il tifoso De Andrè è l’amico fragile
del De Andrè poeta. Nel tifoso c’è il lamento disperato di una passione
incontrata da ragazzo che porterà però sempre con sé. Ovunque. Quasi a
voler conservare un punto di contatto con la terra,lui che era solito
alzarsi in volo per raccontare gli eterni inganni del mondo nei suoi
testi. Il contraltare laico che lo faceva sentire agganciato a qualcosa
di umano.
Dori Ghezzi, in una intervista che l’autore riporta nel libro, dirà che era tifosissimo. Anche in Sardegna, durante il sequestro, una delle sue poche richieste ai rapitori era: «cos’ha fatto il Genoa?». Vedevano le partite insieme con Dori. Non se ne perdeva una. Scriveva i nomi delle formazioni sul diario e Tonino Cagnucci è andato a cercare quei preziosi materiali a Siena, in un archivio. Pagine incredibili, che hanno il sapore delle ricerche di Guglielmo di Baskerville ne Il nome della rosa. In quel caso, l’obiettivo era di riportare alla luce, e far conoscere, i libri di Aristotele. Per mostrare il lato leggero della vita, a una società medioevale e bigotta, un po’ come la nostra, che non appena stabilisce la sacralità di un luogo, o di un autore, subito si preoccupa di non farlo contaminare da ciò che è ritenuto profano per vocazione.
De Andrè un tifoso? Ma ti pare? Sembra che tutti i suoi colleghi, abbiano detto questo all’autore, quando comunicava loro l’idea del libro. Di diverso avviso sono stati la compagna e gli amici di Fabrizio De Andrè: Baccini, Villaggio e molti altri. Ognuno di loro ha raccontato con piacere del De Andrè tifoso. Il Grifone fragile è una sorta di «Bocca di rosa», che prova a tenere insieme l’amore sacro e l’amor profano, restituendo al lettore un profilo poco noto del famosissimo «bombarolo» di Genova.
Cagnucci è recidivo. Ha già scritto altri due libri, sempre attinenti al calcio e ai calciatori ed è un giornalista sportivo de «Il romanista». Stavolta però gli è andata male. Non solo perchè parlando di Genoa e non di Roma si è trovato a parlare della prima società di calcio italiana, come sempre amava sottolineare il tifosissimo Fabrizio, e non tanto perchè ha raccontato uno dei più grandi poeti e musicisti contemporanei, ma proprio perchè questa ricerca dell’uomo dietro l’altare sacro del poeta, lo ha portato a scrivere, per una sorta di magia al contrario, pagine di vera e propria poesia. Intendendo per poesia, il racconto di qualcosa che non consideriamo consueto.
Articolo di Carmelo Albanese per Il Manifesto
Dori Ghezzi, in una intervista che l’autore riporta nel libro, dirà che era tifosissimo. Anche in Sardegna, durante il sequestro, una delle sue poche richieste ai rapitori era: «cos’ha fatto il Genoa?». Vedevano le partite insieme con Dori. Non se ne perdeva una. Scriveva i nomi delle formazioni sul diario e Tonino Cagnucci è andato a cercare quei preziosi materiali a Siena, in un archivio. Pagine incredibili, che hanno il sapore delle ricerche di Guglielmo di Baskerville ne Il nome della rosa. In quel caso, l’obiettivo era di riportare alla luce, e far conoscere, i libri di Aristotele. Per mostrare il lato leggero della vita, a una società medioevale e bigotta, un po’ come la nostra, che non appena stabilisce la sacralità di un luogo, o di un autore, subito si preoccupa di non farlo contaminare da ciò che è ritenuto profano per vocazione.
De Andrè un tifoso? Ma ti pare? Sembra che tutti i suoi colleghi, abbiano detto questo all’autore, quando comunicava loro l’idea del libro. Di diverso avviso sono stati la compagna e gli amici di Fabrizio De Andrè: Baccini, Villaggio e molti altri. Ognuno di loro ha raccontato con piacere del De Andrè tifoso. Il Grifone fragile è una sorta di «Bocca di rosa», che prova a tenere insieme l’amore sacro e l’amor profano, restituendo al lettore un profilo poco noto del famosissimo «bombarolo» di Genova.
Cagnucci è recidivo. Ha già scritto altri due libri, sempre attinenti al calcio e ai calciatori ed è un giornalista sportivo de «Il romanista». Stavolta però gli è andata male. Non solo perchè parlando di Genoa e non di Roma si è trovato a parlare della prima società di calcio italiana, come sempre amava sottolineare il tifosissimo Fabrizio, e non tanto perchè ha raccontato uno dei più grandi poeti e musicisti contemporanei, ma proprio perchè questa ricerca dell’uomo dietro l’altare sacro del poeta, lo ha portato a scrivere, per una sorta di magia al contrario, pagine di vera e propria poesia. Intendendo per poesia, il racconto di qualcosa che non consideriamo consueto.
Articolo di Carmelo Albanese per Il Manifesto
lunedì 22 luglio 2013
De André, un genoano
La squadra del cuore è la colonna sonora della vita. Non cambia mai e ti accompagna sempre. E il Genoa è stato la colonna sonora di uno che, a sua volta, è stato la colonna sonora per tanti: Fabrizio De André.Che fosse genoano si sapeva, ma quanto e come lo fosse lo ha svelato il nostro Tonino Cagnucci nel suo ultimo libro. Si chiama “Il grifone fragile – Fabrizo De André, storia di un tifoso del Genoa” (Limina, 171 pagine, 16.90 euro) e potrebbe essere definito una biografia doppia, perché intreccia due vite: quella del cantautore e quella della sua squadra del cuore. Ma in realtà cercando una categorizzazione non si rende giustizia a un'opera che è un incontro di voci, sentimenti e storie che non possono non coinvolgere anche chi non è del Genoa e chi non è appassionato di De André. C'è anche un po' di Roma, con le parole di Turone e Zigoni. «La maglia del Genoa è una maglia di De André – dice “Zigo” - Ci sono maglie e maglie nel calcio, simboli e simboli. Secondo me tre sono più maglie di altre. Sono le maglie del Genoa, del Tori e della Roma, squadre espressioni del popolo, col rosso dei cuori, con gente sanguigna che se ne innamora». E Faber, figlio di un tifoso del Torino e genoano, se fosse nato a Roma sarebbe stato della Roma. Lo si può affermare con certezza dopo aver letto della sua avversione per la Juventus degli Agnelli («Ho una certa reticenza nell'identificarmi con chi vince»), espressione della logica del profitto, o per il Milan «plutocrate e pluridecorato». Lo striscione “Chi tifa Roma non perde mai” avrebbe potuto idearlo lui, nato nell'ultimo giorno in cui il Genoa è stato primo in classifica e “battezzato” allo stadio in un Genoa-Torino del 1947.
«Questa squadra che perde ma che ha con sé la gente». Sul 3-0 per il Torino, all'85', il Genoa segna due gol e prende un palo. Lui s'innamora dei rossoblù e così inizia questa biografia sì, doppia, ma non duplicata, perché le vite di De André e le vicende del Genoa non solo s'intrecciano, ma diventano la stessa cosa, insieme alle poesie in musica di Faber. Come quella bandiera che sventola in Gradinata Nord col ritratto del cantautore genovese. «Quindi genoano, perché Genova è il Genoa». Sì, sarebbe stato della Roma ma non ne avrebbe scritto un inno, come non lo ha fatto per la sua squadra. «Per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo». Un insegnamento più che mai attuale per questi tempi romanisti. Perché se una canzone diventa un inno lo decide la gente, non chi l'ha scritto. I genoani hanno scelto la sua “Crueza de' ma”, che non parla del Genoa ma che è scritta in genovese, quindi in genoano.
Quanto lo coinvolgesse, lo raccontano Dori Ghezzi, i già citati Zigoni e Turone, Francesco Baccini, il capo storico dei tifosi del Genoa Pippo Spagnolo, un Gigi Riva degnissimo rappresentante dell'altro amore di De André, la Sardegna, e un Paolo Villaggio talmente sampdoriano da non accettare che si parli di De André come di un genoano. Ma scorrendo queste pagine tifose, quindi vere, ci trovi anche Pier Paolo Pasolini e Gigi Meroni (Genoa e Torino, appunto), simbolo di quella libertà che vola sopra a qualsiasi cosa. Anche sopra i vicoli di Genova, dove scorrendo nel libro ti sembra di perderti, o sopra lo stadio Ferraris, dove De André accompagna il Genoa in ogni partita. Non solo lì, perché poi ci sono anche le trasferte con un amico, tale Pinelli, forse anarchico, malato di diabete che ogni tanto deve fermarsi per un'iniezione d'insulina. Fino al “Giugno '73”, il capitolo più coinvolgente del libro: De André si separa dalla prima moglie e lascia Genova.
Ma non poteva lasciare la sua squadra in B e così l'ultima partita allo stadio diventa quella della promozione in A. Poi la separazione. Dalla prima moglie e dal Genoa. Ma non dall'amore. Lo ritroverà in Dori Ghezzi e durante il rapimento ai rapitori chiederà i risultati delle partite dei rossoblù. Il libro è pieno di queste corrispondenze e di veri e propri tesori, come la lettera a Gesù Bambino in cui un giovanissimo Fabrizio chiede una maglia del Genoa e diari che contengono formazioni del Genoa, tabelle-salvezza, l'elenco degli squalificati delle squadre con cui i rossoblù avrebbero giocato la domenica successiva, ogni passo del Genoa annotato in maniera maniacale.
Tutte le emozioni del tifoso, della persona, del poeta De André crescono e vengono fatte crescere dalla penna dell'autore, la cui abilità è quella di riuscire fin dall'inizio a traccare un percorso da cui è difficile staccarsi. Sia perché coinvolge in maniera totale il lettore, sia perché ti dà la sensazione che tutto sia destinato a compersi all'arrivo. Ed è quasi appagante scoprire che è veramente così nell'ultimo capitolo, struggente ma che ti lascia un retrogusto dolce, di una storia che non è sul calcio ma che non puoi dire che sia “solo” sul calcio. Perché il calcio non è mai “solo” il calcio, è quella «fede laica che nasce da un bisogno infantile ma pure sempre umano». Ce l'ha insegnato Fabrizio De André.
Quanto lo coinvolgesse, lo raccontano Dori Ghezzi, i già citati Zigoni e Turone, Francesco Baccini, il capo storico dei tifosi del Genoa Pippo Spagnolo, un Gigi Riva degnissimo rappresentante dell'altro amore di De André, la Sardegna, e un Paolo Villaggio talmente sampdoriano da non accettare che si parli di De André come di un genoano. Ma scorrendo queste pagine tifose, quindi vere, ci trovi anche Pier Paolo Pasolini e Gigi Meroni (Genoa e Torino, appunto), simbolo di quella libertà che vola sopra a qualsiasi cosa. Anche sopra i vicoli di Genova, dove scorrendo nel libro ti sembra di perderti, o sopra lo stadio Ferraris, dove De André accompagna il Genoa in ogni partita. Non solo lì, perché poi ci sono anche le trasferte con un amico, tale Pinelli, forse anarchico, malato di diabete che ogni tanto deve fermarsi per un'iniezione d'insulina. Fino al “Giugno '73”, il capitolo più coinvolgente del libro: De André si separa dalla prima moglie e lascia Genova.
Ma non poteva lasciare la sua squadra in B e così l'ultima partita allo stadio diventa quella della promozione in A. Poi la separazione. Dalla prima moglie e dal Genoa. Ma non dall'amore. Lo ritroverà in Dori Ghezzi e durante il rapimento ai rapitori chiederà i risultati delle partite dei rossoblù. Il libro è pieno di queste corrispondenze e di veri e propri tesori, come la lettera a Gesù Bambino in cui un giovanissimo Fabrizio chiede una maglia del Genoa e diari che contengono formazioni del Genoa, tabelle-salvezza, l'elenco degli squalificati delle squadre con cui i rossoblù avrebbero giocato la domenica successiva, ogni passo del Genoa annotato in maniera maniacale.
Tutte le emozioni del tifoso, della persona, del poeta De André crescono e vengono fatte crescere dalla penna dell'autore, la cui abilità è quella di riuscire fin dall'inizio a traccare un percorso da cui è difficile staccarsi. Sia perché coinvolge in maniera totale il lettore, sia perché ti dà la sensazione che tutto sia destinato a compersi all'arrivo. Ed è quasi appagante scoprire che è veramente così nell'ultimo capitolo, struggente ma che ti lascia un retrogusto dolce, di una storia che non è sul calcio ma che non puoi dire che sia “solo” sul calcio. Perché il calcio non è mai “solo” il calcio, è quella «fede laica che nasce da un bisogno infantile ma pure sempre umano». Ce l'ha insegnato Fabrizio De André.
Luca Pelosi per il quotidiano "Il Romanista" del 21.07.2013
domenica 30 giugno 2013
“You’re red and blue”: l’amore di Fabrizio De Andrè per il Grifone
“Chi
guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare” canta Ivano
Fossati, prefatore del volume dedicato all’amore di Fabrizio de Andrè
per il Genoa. E chi meglio di colui che ha narrato la storia del Mare di
Roma (Daniele De Rossi), il vicedirettore de Il Romanista, Tonino
Cagnucci, poteva accingersi a realizzare una fatica letteraria che
soprattutto è un atto d’amore. Un atto d’amore di un romanista per un
intellettuale amante del pallone e della prima squadra italiana di
calcio. Loro sì, il calcio l’hanno portato veramente e non in una città,
ma in un paese intero.
Faber è genoano prima
di nascere e lo sarà fino a morire facendosi cremare con la sciarpa
rossoblu, lui che scelse di diventarlo il giorno nel quale il Genoa
perse contro il grande Torino nel 1947, andando contro il padre ed il
fratello granata, una scelta contro, di un uomo che già a sette anni
sapeva stare solo dalla parte dei deboli, in direzione ostinata e
contraria. Una passione, quella per il calcio in generale e per il Genoa
in particolare, rimasta sempre sullo sfondo delle biografie uscite in
questi ultimi anni ma che Cagnucci ha il merito di scandagliare in
profondità giovandosi delle agende personali del cantautore genovese
conservate nel centro studi a lui dedicato dall’Università di Siena, e
che nascondono un De Andrè diverso. In quelle pagine si nascondono le
stesure originali del disco “Le Nuvole” assieme a schizzi di formazione,
a calcoli, a tabelle salvezza, a note davvero illuminanti che sembrano
scritte da un direttore sportivo e restituiscono l’immagine di un tifoso
talmente acceso che si rifiutò sempre di scrivere una canzone che
lontanamente parlasse del Genoa. La canzone per una squadra avrebbe
rischiato di trasformarsi in un inno patriottico o campanilistico, due
aggettivi dai quali Fabrizio rifuggiva.
Il libro è
sorprendente come la biografia stessa di De Andrè spesso descritto, in
vita come un musone, misantropo interessato solamente a se stesso e alla
musica e invece, lo si è scoperto una delle persone più attente al
valore dell’amicizia. E ci sono amicizie e presenze sorprendenti che
aiutano a declinare la passione tutta deandreiana per il Grifone
genoano: don Andrea Gallo, Riva, Turone (proprio lui, quello
“dergodeturoneerabbono”), Venditti, Zigoni, e financo Villaggio e i New
Trolls nonostante fossero doriani. Un amore senza tentennamenti,
profondo, vero, cieco come il vero amore deve essere, quello che gli fa
dire alla fine del suo primo matrimonio, “è stato meglio lasciarci che
non esserci mai incontrati” (Giugno 73, non è solo la fine di un amore
ed il titolo di una canzone ma è l’anno della promozione in serie A del
Genoa). Un amore che resiste a tutto perfino alla prigionia. Ospite
costretto nello scomodo Hotel Supramonte, assieme alla moglie Dori,
vengono sequestrati per mesi dall’Anonima sarda per quattro mesi, nel
1979. Ai banditi che lo chiamavano Signore e che lui perdonerà aveva una
sola, pressante richiesta, fargli sapere i risultati del Genoa. Non la
fame, non il freddo ma la voglia di non tagliare del tutto il cordone
ombelicale con la “signora libertà”. La crudele ironia volle che una
delle partite ascoltate alla radio, per concessione dei banditi, fosse
una partita che il Genoa perse tre a zero contro la Ternana, giocata
nello stadio del capoluogo umbro che si chiama Liberati. Ma quando
vennero liberati veramente il Grifone gli regalò una vittoria sofferta
contro il Taranto, segno evidente e manifesto della fine dell’incubo.
Proprio la prigionia fu l’epifania del sentimento genoano, l’amore per
il Grifone si manifestò nel momento peggiore della vita di Faber ma fu,
probabilmente, l’ancora di salvataggio per poter resistere. Il Genoa lo
aveva accompagnato sin dalla nascita anzi prima, “io sono genoano da
prima di nascere”, era stato la colonna sonora dei momenti felici e bui
della sua vita tanto da far dichiarare a Dori Ghezzi che il Genoa
“l’amava Fabrizio quindi l’amo anch’io”.
Articolo di Andrea Argenio per L'uninformato.it
giovedì 20 giugno 2013
Fabrizio De André e la sua passione per il Genoa
Troppo spesso il calcio viene considerato uno sport legato ad ambienti non propriamente definiti intellettuali. Grazie a Tonino Cagnucci e al suo libro “Il Grifone Fragile – Fabrizio De Andrè: storia di un tifoso del Genoa” si può finalmente sdoganare questo pregiudizio.
“Il tifo è una sorta di fede laica… nasce da un bisogno forse infantile ma pur sempre umano…”
In pochi potevano immaginare che questa frase appartenesse ad un poeta sensibile come Fabrizio De Andrè che raccoglieva in “un’agenda color beige” tutti i suoi pensieri, i ritagli e i disegni non semplicemente sul calcio, ma sul Genoa. Il suo Genoa.
“Prima e dopo, sotto e sopra, il Genoa. Il Genoa tra Curcio e Sofri, fra Aosta e Palermo, fra una canzone di De Andrè e un’altra di De Andrè. Il Genoa e soprattutto le sue formazioni”
Scoprire questo lato di Faber – soprannome datogli da Paolo Villaggio – fa capire che la poesia del calcio e del tifo può elevarsi grazie ai propri interpreti. La sua passione per i personaggi contraddittori e liberi, che tante volte ha cantato, lo portava, anche nel calcio, a preferire quei giocatori controcorrente come Meroni e Zigoni.
“Ho una certa reticenza nell’identificarmi con chi vince”
L’autore ricostruisce la passione per il Genoa grazie ai diari di De Andrè, custoditi nell’omonima Fondazione, e intervistando le persone che hanno vissuto direttamente o indirettamente il cantautore genoano. Cagnucci maneggia con sapienza la letteratura e rende, un libro di carattere sportivo, un saggio di cultura letteraria senza precedenti. I richiami letterari, da Pasolini a Shakespeare, testimoniano che si può parlare di calcio senza essere necessariamente dei minus habens.
“Non ci hanno nemmeno permesso di sentire la radio, tranne un paio di domeniche per distrarci con il campionato di calcio: ricordo di aver sentiti la radiocronaca di due vittorie del Milan e soprattutto di una netta sconfitta del mio Genoa, il tre a zero a Terni. E quella è stata una domenica ancora più tremenda per me…”
Parole di un’intervista rilasciata da De Andrè dopo il rapimento di cui fu vittima assieme alla moglie Dori Ghezzi in Sardegna. L’anonima sequestri sarda li tenne segregati per quattro mesi. Durante la prigionia Fabrizio chiedeva spesso del Genoa, era l’unico svago che gli era concesso.
“Tutta la mia musica e i miei sentimenti rifuggono dagli inni. Le mie sono marce e ballate, non cose patriottiche o campanilistiche. Per il Genoa, semmai, potrei comporre una canzone d’amore”
“Creuza de ma”, però, l’hanno scelta i genoani e la cantano ancora come fosse il loro inno, mentre De Andrè riposa con accanto la sciarpa del Genoa.
Articolo di Fabiola Rieti per Sport Story
“Il tifo è una sorta di fede laica… nasce da un bisogno forse infantile ma pur sempre umano…”
In pochi potevano immaginare che questa frase appartenesse ad un poeta sensibile come Fabrizio De Andrè che raccoglieva in “un’agenda color beige” tutti i suoi pensieri, i ritagli e i disegni non semplicemente sul calcio, ma sul Genoa. Il suo Genoa.
“Prima e dopo, sotto e sopra, il Genoa. Il Genoa tra Curcio e Sofri, fra Aosta e Palermo, fra una canzone di De Andrè e un’altra di De Andrè. Il Genoa e soprattutto le sue formazioni”
Scoprire questo lato di Faber – soprannome datogli da Paolo Villaggio – fa capire che la poesia del calcio e del tifo può elevarsi grazie ai propri interpreti. La sua passione per i personaggi contraddittori e liberi, che tante volte ha cantato, lo portava, anche nel calcio, a preferire quei giocatori controcorrente come Meroni e Zigoni.
“Ho una certa reticenza nell’identificarmi con chi vince”
L’autore ricostruisce la passione per il Genoa grazie ai diari di De Andrè, custoditi nell’omonima Fondazione, e intervistando le persone che hanno vissuto direttamente o indirettamente il cantautore genoano. Cagnucci maneggia con sapienza la letteratura e rende, un libro di carattere sportivo, un saggio di cultura letteraria senza precedenti. I richiami letterari, da Pasolini a Shakespeare, testimoniano che si può parlare di calcio senza essere necessariamente dei minus habens.
“Non ci hanno nemmeno permesso di sentire la radio, tranne un paio di domeniche per distrarci con il campionato di calcio: ricordo di aver sentiti la radiocronaca di due vittorie del Milan e soprattutto di una netta sconfitta del mio Genoa, il tre a zero a Terni. E quella è stata una domenica ancora più tremenda per me…”
Parole di un’intervista rilasciata da De Andrè dopo il rapimento di cui fu vittima assieme alla moglie Dori Ghezzi in Sardegna. L’anonima sequestri sarda li tenne segregati per quattro mesi. Durante la prigionia Fabrizio chiedeva spesso del Genoa, era l’unico svago che gli era concesso.
“Tutta la mia musica e i miei sentimenti rifuggono dagli inni. Le mie sono marce e ballate, non cose patriottiche o campanilistiche. Per il Genoa, semmai, potrei comporre una canzone d’amore”
“Creuza de ma”, però, l’hanno scelta i genoani e la cantano ancora come fosse il loro inno, mentre De Andrè riposa con accanto la sciarpa del Genoa.
Articolo di Fabiola Rieti per Sport Story
lunedì 17 giugno 2013
De André, poeta con il Genoa nel cuore
Fabrizio De André ha amato molto la musica, la poesia, la sua famiglia. E
il Genoa. A spulciarne la produzione musicale non si trova
traccia di questo suo amore viscerale, e non è una contraddizione. È
proprio perché l'amore per la sua squadra era troppo profondo e lo
coinvolgeva fin nell'intimo che il cantante genovese non è mai stato in
grado di scriverne e di trasformarlo in musica: non c'era la
distanza sufficiente, «Perché per fare canzoni bisogna conservare
il giusto distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge
troppo». De André se n'è andato nel 1999, ed è stato cremato con
addosso la sciarpa rossoblù. La Gradinata Nord, la parte più tosta della
tifoseria genoana, ha fatto di una delle canzoni dell'artista, la
struggente Creuza de ma, il suo inno calcistico, cantato sventolando
la bandiera col profilo di Faber. Un legame forte, un vincolo
indissolubile: «Sono nato genoano", scrive nelle sue agende il
cantautore ligure, come se il Genoa lo portasse nel sangue. Questo
grande amore è racchiuso nei ricordi di chi De André l'ha
conosciuto e sapeva bene che nelle domeniche di campionato la sua
domanda più frequente, se non poteva seguire direttamente la
partita, era «Cossa l'ha faetu o Zena?», cosa ha fatto il Genoa? Lo
chiedeva persino ai suoi carcerieri nei lunghi mesi del sequestro,
suo e della moglie Dori Ghezzi, nel 1979: un appiglio alla vita reale,
quella fuori dall'Hotel Supramonte, la canzone che parla proprio
della terribile reclusione sarda. «Ho una malattia», dichiarò
durante uno dei suoi concerti, facendo ammutolire il pubblico. Poi tirò
fuori la sciarpa rossoblù e aggiunse: «La mia malattia si chiama
Genoa». Il tifo per il Genoa è anche di più, è una «fede laica», scrive
De André fra gli appunti che hanno servito da guida al giornalista
romano Tonino Cagnucci per scrivere questo libro di sport e di
poesia: Il Grifone fragile. Fabrizio De André: storia di un tifoso del
Genoa (Lìmina, 16,90 euro). Il Grifone è il simbolo del Genoa ma è
anche Fabrizio De André: la forza del leone, tutta racchiusa nelle
parole delle sue canzoni-poesie; il vigore dell'aquila, dentro la
sua musica. E la fragilità d'artista, pazzo d'amore per la sua
squadra del cuore.
Articolo di Annalisa Celeghin per La Tribuna di Treviso
Articolo di Annalisa Celeghin per La Tribuna di Treviso
giovedì 13 giugno 2013
Il Grifone fragile di Tonino Cagnucci
Scrivere un libro su un tifoso non è usuale (almeno io non ne ricordo altri). Scrivere un libro su un tifoso “dentro”,
non su qualcuno che del tifo ha fatto dimostrazione pubblica
d’identità, è inusuale e difficile. Si può scadere troppo facilmente
nell’immaginato.
Cagnucci invece, da verace giornalista, ne “Il Grifone fragile” trova la chiave di volta, gli appunti privati di Fabrizio De André, dove quel tifo non (o poco) detto diventa evidenza nero su bianco, dalla quale costruire il tema.
Leggendo quell’agenda del Credito Lombardo, Cagnucci si è trovato di fronte a pagine molto diverse: su alcune un ragazzino di quinta elementare segnava con accuratezza pre-onanistica squadre e medie inglesi del campionato del Genoa, in altre ha trovato vette di genio e poesia dalla grandezza irraggiungibile (c’è un intellettuale oggi che puó scrivere/comprendere/ farci comprendere “La domenica delle salme”?)
Cagnucci da qui ha dedotto la prima verità del libro, Geno(v)a è casa, gli amici di casa Repetto, una città divorata e poi raccontata per vissuto e non per sentito dire. Questo mondo non vedrà mai il poeta che canta, ma a viverci dentro sarà per sempre il ragazzino che sogna. Si lavora a Milano e si sogna a Genova, con il Genoa che fa da desiderio mai infranto.
Seconda verità: questo è un libro su un tifoso vero, dalla passione assoluta. De André è un tifoso vero del Genoa, non perché si identifica nelle prassi domenicali dello stadio o di 90° minuto (e di Sky a tutti i costi anche se c’è di meglio da fare), ma perché ha in testa quel rumore di fondo che non ti lascia mai in pace, un tarlo ripetitivo e cercato: “Cosa ha fatto il Genoa?”
Terza verità del libro: il genio è sempre popolare. Per quanto nasce in una famiglia della medio-alta borghesia, è nelle passioni popolari che deve immergersi per conoscere i rimbalzi dell’esistenza. Senza questa scuola terribile potrai arrivare in alto, lì dove tutti guardano e ammirano, ma non raggiungerai mai vette inattese.
Una postilla almeno sullo stile: denso da tenerti contro il libro, vallonato come una tappa tra Emilia e Toscana, quando non stai mai fermo, non ti rilassi mai. Dentro ci sono studio, letture e grande amore per il tema. Quando ami davvero le parole non riesci a tenerle a bada tanto facilmente e va a finire che si infilano senza permesso nei periodi piani che vorresti portare a termine. Quando questo succede è sempre un bene, è la meraviglia della passione che zittisce il cervello.
Iniziate a parlare o a scrivere di qualcosa che vi piace davvero tanto e capirete quanto è bello.
Articolo di Jvan Sica per Letteratura Sportiva
Cagnucci invece, da verace giornalista, ne “Il Grifone fragile” trova la chiave di volta, gli appunti privati di Fabrizio De André, dove quel tifo non (o poco) detto diventa evidenza nero su bianco, dalla quale costruire il tema.
Leggendo quell’agenda del Credito Lombardo, Cagnucci si è trovato di fronte a pagine molto diverse: su alcune un ragazzino di quinta elementare segnava con accuratezza pre-onanistica squadre e medie inglesi del campionato del Genoa, in altre ha trovato vette di genio e poesia dalla grandezza irraggiungibile (c’è un intellettuale oggi che puó scrivere/comprendere/ farci comprendere “La domenica delle salme”?)
Cagnucci da qui ha dedotto la prima verità del libro, Geno(v)a è casa, gli amici di casa Repetto, una città divorata e poi raccontata per vissuto e non per sentito dire. Questo mondo non vedrà mai il poeta che canta, ma a viverci dentro sarà per sempre il ragazzino che sogna. Si lavora a Milano e si sogna a Genova, con il Genoa che fa da desiderio mai infranto.
Seconda verità: questo è un libro su un tifoso vero, dalla passione assoluta. De André è un tifoso vero del Genoa, non perché si identifica nelle prassi domenicali dello stadio o di 90° minuto (e di Sky a tutti i costi anche se c’è di meglio da fare), ma perché ha in testa quel rumore di fondo che non ti lascia mai in pace, un tarlo ripetitivo e cercato: “Cosa ha fatto il Genoa?”
Terza verità del libro: il genio è sempre popolare. Per quanto nasce in una famiglia della medio-alta borghesia, è nelle passioni popolari che deve immergersi per conoscere i rimbalzi dell’esistenza. Senza questa scuola terribile potrai arrivare in alto, lì dove tutti guardano e ammirano, ma non raggiungerai mai vette inattese.
Una postilla almeno sullo stile: denso da tenerti contro il libro, vallonato come una tappa tra Emilia e Toscana, quando non stai mai fermo, non ti rilassi mai. Dentro ci sono studio, letture e grande amore per il tema. Quando ami davvero le parole non riesci a tenerle a bada tanto facilmente e va a finire che si infilano senza permesso nei periodi piani che vorresti portare a termine. Quando questo succede è sempre un bene, è la meraviglia della passione che zittisce il cervello.
Iniziate a parlare o a scrivere di qualcosa che vi piace davvero tanto e capirete quanto è bello.
Articolo di Jvan Sica per Letteratura Sportiva
lunedì 10 giugno 2013
De Andrè e il suo Genoa
DE ANDRÈ E IL GENOA
Fabrizio De Andrè che si fa cremare con la sciarpa del Genoa; che confessa di tifare rossoblù «da prima della nascita», che chiede in una letterina a Gesù Bambino - tra un vestito da cow boy e i soldatini con il carro armato - una divisa da giocatore del Genoa; che annota con una scrittura attenta e chiarissima le formazioni del suo "Zena", le classifiche del campionato, i marcatori; che confessa in una intervista che durante il periodo del rapimento uno dei suoi giorni peggiori fu quando sentì alla radio che i rossoblù avevano perso a Terni. E' davvero un libro splendido, questo di Cagnucci - che già si era fatto apprezzare per una biografia su Daniele De Rossi - che coniuga due passioni, per il grande Faber e per il calcio. Un rapporto molto stretto, tra il cantautore poeta e il Genoa («non posso scrivere del Genoa perché sono troppo coinvolto, l'inno non lo faccio perché non mi piacciono le marce e perché niente può superare i cori della Gradinata Nord») che viene ricostruito attraverso le sue opere e le testimonianze di amici, parenti, protagonisti di quegli anni. Così Gianfranco Zigoni ostenta giustamente l'orgoglio di essere stato uno dei miti sportivi di De Andrè, mentre Paolo Villaggio - tifoso della Sampdoria - non si rassegna al credo genoano del grande amico e Dori Ghezzi ci parla di quando il suo Fabrizio ricordava con soddisfazione di «avere vinto nove scudetti». Tra canzoni ormai immortali e brani di interviste (la sua prima partita a Marassi? Genoa-Torino 2-3 del 1947), anche uno straordinario inserto fotografico inedito, con le pagine delle agende - conservate a Siena, nel Centro Studi De Andrè - dove erano raccolti pensieri sparsi sulle canzoni e sul calcio, e soprattutto sul suo Genoa.
IL GRIFONE FRAGILE; Fabrizio De Andrè: storia di un tifoso del Genoa; Limina Edizioni, 171 pagine, 16,90 euro.
Articolo di Massimo Grilli per il Corriere dello Sport
giovedì 6 giugno 2013
CALCIO E POESIA: "IL GRIFONE FRAGILE"
Un grifone che vola altissimo…potente e fragile nella sua perfezione.
L’attacco di un articolo è fondamentale e per inziare questo mi sono venute in soccorso le parole del grande Don Gallo, scomparso da poco: “Tre testi sono la mia guida nella vita: la Bibbia, la Costituzione e le parole scritte e intonate da Fabrizio De Andrè”. Tre testi che erano sul suo feretro, insieme alla sciarpa del Genoa. Il prete degli ultimi, Don Andrea. Il Cantante degli ultimi, Faber. Grifoni, il rossoblù tatuato sul cuore. Amici.
Già autore di Francesco Totti, dai pollici al cuore (2010, Limina) e di Daniele de Rossi.Il mare di Roma (2009, Limina), con la sua ultima creatura, venuta al mondo da qualche settimana, Il Grifone Fragile (Fabrizio De Andrè: storia di un tifoso del Genoa), Limina, riesce ancora una volta a incantare, trascinandoci nella vita, nei sogni, nelle letterine a Babbo Natale, nei diari, nelle storie di un Fabrizio De Andrè che giganteggia nella sua essenza di tifoso. E’ proprio uno di noi, lui, Faber.
Il giorno della sua nascita ma anche il giorno della sua prima volta allo stadio. Il papà Giuseppe ha cuore granata, così come il fratello Mauro. Il battesimo del pallone del piccolo Bicio, nemmeno sette anni, è un Genoa-Torino del ‘47, in cui Tonino Cagnucci ci trascina e ci fa vivere come se fossimo lì, anche noi con il popolo rossoblù, a scegliere di essere dalla parte degli ultimi, degli sconfitti, fregandocene del risultato. “Quando lo vedi per la prima volta (il Genoa, ndr), ti sembra la cosa più bella, quella squadra che perde ma che ha con sé la gente (…). De Andrè le cose grandi non le ha mai amate.”
Lì avviene la Scelta, il suo karma si compie: la partita sembra senza storia, all’85’ il Genoa operaio perde 3-0, ma in cinque minuti segna un gol, poi un rigore e poi all’ultimo secondo prende il palo. “E’ l’inizio dell’amore fra De Andrè e il Genova”.
E la letterina a Babbo Natale di Bicio del dicembre del 1948 né è testimonianza: tra i regali chiesti spicca “la divisa del giocatore del Genoa”.
C’è la vita di Fabrizio in queste pagine, col contrappunto musicale delle splendide poesie in musica di De Andrè. Ovunque ci sono le sue canzoni. La sua vita.
Ci sono i giocatori di cui calcisticamente si innamora: prima bambino di Verdeal negli anni ’40 e adolescente di Abbadie negli anni ’50; poi nel 1962, quando Fabrizio è già marito e padre di Cristiano, arriva Gigi Meroni, artista del pallone, primo amore calcistico consapevole, come ci racconta Cagnucci attraverso le parole di Dori Ghezzi. Amico di De Andrè, come “di chi alle geometrie preferisce il caos stellare che c’è dentro a un dribbling”, Meroni è la libertà. Così come la pazzia di Zigoni, altro grande, sempre sopra le righe, mai conformista. Ci sono gli allenatori: Scoglio, il professore; Bagnoli, l’operaio. Personaggi di un calcio che oggi sembra preistoria.
Tanti protagonisti e tante cose popolano questo libro, lo rendono vivo: Piero Repetto, professore di italiano paralizzato, e la sua casa, dove si ritrovavano per notti intere, per anni, calciatori, poeti, cantanti, attori, ma anche sbandati, pescatori, gli umili, gli ultimi. L’umanità.
Pippo Spagnolo, capo-ultrà genoano. I vicoli, i carruggi di Genova, lo stadio di Marassi (Fabrizio non mancava una partita), l’amore per Ramon Turone, innamorato del Genoa, Capitano rossoblù, ammiratore di De Andrè, sognatore, simbolo di un calcio che non c’è più e che incendiava gli animi e li faceva volare. Non contava vincere, contava esserci, cantare, far volare il grifone. La Gradinata Nord. Il Mare. Dori Ghezzi. I figli. La terribile esperienza del sequestro in Sardegna, quei quattro eterni mesi vissuti con Dori in cui una delle pochissime consolazioni era chiedere cosa aveva fatto il Genoa.
E poi ancora Paolo Villaggio, amico fraterno sampdoriano, i New Trolls, Pasolini, Baccini. Tutte persone che ci svelano un Faber diverso, tutte testimonianze raccolte da Tonino Cagnucci che rendono questo libro prezioso e imperdibile.
La chicca sono i diari di Fabrizio, conservati dalla Fondazione a lui intitolata, a Siena. Sono agende, diari in cui, proprio come uno qualunque di noi, si trovano classifiche, formazioni, appunti, proiezioni di punteggi, incroci, domande e risposte, e quasi tutto rimanda ad un unico grande amore, mai esibito, mai declamato, mai cantato, ma sempre presente: il Genoa. E quella sciarpa rossoblù con cui ha voluto essere cremato.
“E’ il suo Genoa. E’ il Genoa che lo fa cantare. In un concerto a un certo punto dirà. Interrompendosi: <Scusate, vi devo dire una cosa…Ho una malattia>. Silenzio. Di tutti. Poi improvvisamente tira fuori una sciarpa rossoblù. La spiega. <E’il Genoa. La mia malattia si chiama Genoa>. Tifa. Tifa. Vive.”
Tonino Cagnucci sa scrivere, non c’è dubbio, prosa e poesia si mischiano in un’alchimia sempre gradevole, a tratti pregevole. Oltre a questo, è una persona umile, gentile e disponibilissima. Abbiamo fatto una bella chiacchierata sul suo libro.
Mi dice subito che la musica di Faber ha avuto un ruolo fondamentale nella sua vita, lo accompagna da sempre. E quando gli chiedo di scegliere tre titoli di canzoni per lui più significative mi risponde: “E’ come scegliere tra figli. Diciamo Il Testamento di Tito, Hotel Supramonte e Un malato di cuore. Ma ce ne sarebbero tante”.
-Hai trovato degli aspetti in comune tra Tonino tifoso e Faber tifoso? Un vissuto simile?-
-Più in generale tifo romanista e tifo genoano possono essere accomunati?-
-Sei mai stato a Genova? Cosa hai respirato?-
-Del rapporto di Fabrizio con Don Gallo mi sai dire qualcosa?-
-Come è stato accolto il libro dai tifosi del Genoa?-
-Leggendo di Meroni, di Zigoni, di quel calcio, mi sono chiesta se De Andrè avrebbe disprezzato quello che è diventato oggi il pallone. Tu che ne pensi?-
Un grifone vero, fragile e forte, capace di raggiungere picchi altissimi ma anche di volare basso. Fabrizio De Andrè, un tifoso come tanti. Forse un poeta come nessuno.
Articolo di Chiara Santucci per ilcaffevitruviano.it
L’attacco di un articolo è fondamentale e per inziare questo mi sono venute in soccorso le parole del grande Don Gallo, scomparso da poco: “Tre testi sono la mia guida nella vita: la Bibbia, la Costituzione e le parole scritte e intonate da Fabrizio De Andrè”. Tre testi che erano sul suo feretro, insieme alla sciarpa del Genoa. Il prete degli ultimi, Don Andrea. Il Cantante degli ultimi, Faber. Grifoni, il rossoblù tatuato sul cuore. Amici.
A raccontarci
questo Fabrizio, a entrare in punta di piedi nel suo cuore genoano, a
farci respirare l’atmosfera di un calcio che era arte e viveva di slanci
e di voli, a parlarci del piccolo Bicio che sceglie la prima volta e
per sempre di stare con chi è sconfitto, è la meravigliosa e talentuosa
penna di Tonino Cagnucci.
Già autore di Francesco Totti, dai pollici al cuore (2010, Limina) e di Daniele de Rossi.Il mare di Roma (2009, Limina), con la sua ultima creatura, venuta al mondo da qualche settimana, Il Grifone Fragile (Fabrizio De Andrè: storia di un tifoso del Genoa), Limina, riesce ancora una volta a incantare, trascinandoci nella vita, nei sogni, nelle letterine a Babbo Natale, nei diari, nelle storie di un Fabrizio De Andrè che giganteggia nella sua essenza di tifoso. E’ proprio uno di noi, lui, Faber.
La grandezza di
Cagnucci sta nel rendere poesia questo aspetto così normale e comune di
un personaggio straordinario e non comune. Poesia.
Da quando il piccolo Bicio nasce in una domenica di febbraio del 1940, mentre si gioca la ventesima giornata del campionato di calcio e il Genoa (chiamato ancora Genova 1893), guidato da Mister Garbutt, è primo in classifica, ad un passo dalla sua stella, quella del decimo scudetto. “Da quel momento, dal giorno in cui è nato un Fabrizio De Andrè proprio piccoletto piccoletto in via De Nicolay 12, alle ore 12, il Genoa non è più stato primo in classifica a quel punto del campionato. Così primo. Così in testa. Così campione. Così vicino alla Stella non c’è stato mai più”. E’ un predestinato Fabrizio.
Da quando il piccolo Bicio nasce in una domenica di febbraio del 1940, mentre si gioca la ventesima giornata del campionato di calcio e il Genoa (chiamato ancora Genova 1893), guidato da Mister Garbutt, è primo in classifica, ad un passo dalla sua stella, quella del decimo scudetto. “Da quel momento, dal giorno in cui è nato un Fabrizio De Andrè proprio piccoletto piccoletto in via De Nicolay 12, alle ore 12, il Genoa non è più stato primo in classifica a quel punto del campionato. Così primo. Così in testa. Così campione. Così vicino alla Stella non c’è stato mai più”. E’ un predestinato Fabrizio.
Il giorno della sua nascita ma anche il giorno della sua prima volta allo stadio. Il papà Giuseppe ha cuore granata, così come il fratello Mauro. Il battesimo del pallone del piccolo Bicio, nemmeno sette anni, è un Genoa-Torino del ‘47, in cui Tonino Cagnucci ci trascina e ci fa vivere come se fossimo lì, anche noi con il popolo rossoblù, a scegliere di essere dalla parte degli ultimi, degli sconfitti, fregandocene del risultato. “Quando lo vedi per la prima volta (il Genoa, ndr), ti sembra la cosa più bella, quella squadra che perde ma che ha con sé la gente (…). De Andrè le cose grandi non le ha mai amate.”
Lì avviene la Scelta, il suo karma si compie: la partita sembra senza storia, all’85’ il Genoa operaio perde 3-0, ma in cinque minuti segna un gol, poi un rigore e poi all’ultimo secondo prende il palo. “E’ l’inizio dell’amore fra De Andrè e il Genova”.
E la letterina a Babbo Natale di Bicio del dicembre del 1948 né è testimonianza: tra i regali chiesti spicca “la divisa del giocatore del Genoa”.
C’è la vita di Fabrizio in queste pagine, col contrappunto musicale delle splendide poesie in musica di De Andrè. Ovunque ci sono le sue canzoni. La sua vita.
Ci sono i giocatori di cui calcisticamente si innamora: prima bambino di Verdeal negli anni ’40 e adolescente di Abbadie negli anni ’50; poi nel 1962, quando Fabrizio è già marito e padre di Cristiano, arriva Gigi Meroni, artista del pallone, primo amore calcistico consapevole, come ci racconta Cagnucci attraverso le parole di Dori Ghezzi. Amico di De Andrè, come “di chi alle geometrie preferisce il caos stellare che c’è dentro a un dribbling”, Meroni è la libertà. Così come la pazzia di Zigoni, altro grande, sempre sopra le righe, mai conformista. Ci sono gli allenatori: Scoglio, il professore; Bagnoli, l’operaio. Personaggi di un calcio che oggi sembra preistoria.
Tanti protagonisti e tante cose popolano questo libro, lo rendono vivo: Piero Repetto, professore di italiano paralizzato, e la sua casa, dove si ritrovavano per notti intere, per anni, calciatori, poeti, cantanti, attori, ma anche sbandati, pescatori, gli umili, gli ultimi. L’umanità.
Pippo Spagnolo, capo-ultrà genoano. I vicoli, i carruggi di Genova, lo stadio di Marassi (Fabrizio non mancava una partita), l’amore per Ramon Turone, innamorato del Genoa, Capitano rossoblù, ammiratore di De Andrè, sognatore, simbolo di un calcio che non c’è più e che incendiava gli animi e li faceva volare. Non contava vincere, contava esserci, cantare, far volare il grifone. La Gradinata Nord. Il Mare. Dori Ghezzi. I figli. La terribile esperienza del sequestro in Sardegna, quei quattro eterni mesi vissuti con Dori in cui una delle pochissime consolazioni era chiedere cosa aveva fatto il Genoa.
E poi ancora Paolo Villaggio, amico fraterno sampdoriano, i New Trolls, Pasolini, Baccini. Tutte persone che ci svelano un Faber diverso, tutte testimonianze raccolte da Tonino Cagnucci che rendono questo libro prezioso e imperdibile.
La chicca sono i diari di Fabrizio, conservati dalla Fondazione a lui intitolata, a Siena. Sono agende, diari in cui, proprio come uno qualunque di noi, si trovano classifiche, formazioni, appunti, proiezioni di punteggi, incroci, domande e risposte, e quasi tutto rimanda ad un unico grande amore, mai esibito, mai declamato, mai cantato, ma sempre presente: il Genoa. E quella sciarpa rossoblù con cui ha voluto essere cremato.
“E’ il suo Genoa. E’ il Genoa che lo fa cantare. In un concerto a un certo punto dirà. Interrompendosi: <Scusate, vi devo dire una cosa…Ho una malattia>. Silenzio. Di tutti. Poi improvvisamente tira fuori una sciarpa rossoblù. La spiega. <E’il Genoa. La mia malattia si chiama Genoa>. Tifa. Tifa. Vive.”
Tonino Cagnucci sa scrivere, non c’è dubbio, prosa e poesia si mischiano in un’alchimia sempre gradevole, a tratti pregevole. Oltre a questo, è una persona umile, gentile e disponibilissima. Abbiamo fatto una bella chiacchierata sul suo libro.
Mi dice subito che la musica di Faber ha avuto un ruolo fondamentale nella sua vita, lo accompagna da sempre. E quando gli chiedo di scegliere tre titoli di canzoni per lui più significative mi risponde: “E’ come scegliere tra figli. Diciamo Il Testamento di Tito, Hotel Supramonte e Un malato di cuore. Ma ce ne sarebbero tante”.
-Hai trovato degli aspetti in comune tra Tonino tifoso e Faber tifoso? Un vissuto simile?-
“Quello che
sicuramente mi ha colpito sono le agende, i diari. Me lo rendono vicino
nel senso che scrivere tabellini, probabili formazioni sul diario è
ancora adesso un’abitudine. E anche De Andrè lo faceva anche da adulto”.
-Più in generale tifo romanista e tifo genoano possono essere accomunati?-
“Storicamente sì. Una volta eravamo gemellati. Certamente con il tempo le cose sono cambiate”
-Sei mai stato a Genova? Cosa hai respirato?-
“Sì, ci sono
stato prima delle Colombiadi, e poi anche dopo. Sono stato a Via del
Campo, e in tanti di quei posti e quei vicoli cantati da Faber. Amo le
periferie, la Strada. A De Andrè, come a Don Gallo e a Pasolini, mi lega
l’amore per gli ultimi. Ho avuto un’esperienza di vita in un campo
nomadi, durante il servizio civile. Accompagnavo e riportavo a casa un
gruppo di bambini rom, di etnia e lingua Romanesh (slavi), ed è stato un
periodo molto intenso, in cui ho scoperto una cultura veramente forte,
radicata. Un giorno ai bambini ho fatto sentire la canzone di Faber
Khorakhanè, in cui una parte è cantata in romanesh…è stato un momento
emozionante, si è subito fatto un gran silenzio nel pulmino, tutti
ascoltavano. Questa canzone, insieme a Smisurata Preghiera, sono molto
significative per me”
-Del rapporto di Fabrizio con Don Gallo mi sai dire qualcosa?-
“Guarda, mentre preparavo il libro ci dovevamo incontrare, ma già non stava bene. Ho una sua mail in cui mi ha scritto: Fabrizio è di tutti. Credo che sia stato e sia proprio così.”
-Come è stato accolto il libro dai tifosi del Genoa?-
“Il tifo di De
Andrè a Genova non era certo un segreto, ma neanche i tifosi genoani
sapevano che la sua passione per il grifone era così piena e forte. Ne
sono rimasti colpiti anche loro. Fabrizio, come tutti i genovesi, era
riservato, pudico: quello era il suo grande amore e non andava esibito. E
invece ora ci sono 171 pagine che parlano di questo.”
-Leggendo di Meroni, di Zigoni, di quel calcio, mi sono chiesta se De Andrè avrebbe disprezzato quello che è diventato oggi il pallone. Tu che ne pensi?-
“Già negli
ultimi tempi si era un po’ distaccato. Mi sento di dire che sicuramente
si sarebbe allontanato ma sarebbe comunque rimasto irriducibilmente
legato al nocciolo duro del suo essere tifoso. E si sarebbe schierato
contro il calcio moderno e la tessera del tifoso. Lui era libero, era
per la libertà.”
Un grifone vero, fragile e forte, capace di raggiungere picchi altissimi ma anche di volare basso. Fabrizio De Andrè, un tifoso come tanti. Forse un poeta come nessuno.
Grazie a Tonino Cagnucci per avercelo regalato.
Articolo di Chiara Santucci per ilcaffevitruviano.it
mercoledì 5 giugno 2013
“Toglietemi pure la libertà ma ditemi cosa ha fatto il Genoa”
La grande passione di De André per il “Grifone”, rievocata dal giornalista Tonino Cagnucci
Il 27 agosto del 1979 ebbe inizio una di quelle vicende di cronaca destinate a tenere tutta l’Italia incollata ai giornali. Alle nove e mezzo di sera vengono rapiti, dalla loro casa in Sardegna, Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Saranno liberati il 21 dicembre dello stesso anno, dopo quasi quattro mesi di prigionia e isolamento quasi totale. Quasi. Lo racconta Dori Ghezzi: «Noi in prigionia praticamente non potevamo fare nulla, non ci davano la possibilità né di leggere i giornali, né di ascoltare la radio. Però se il Genoa vinceva o perdeva quello ce lo dicevano. Perché? Perché lo chiedeva Fabrizio! ‘Ditemi che ha fatto il Genoa’. Era una delle poche soddisfazioni che c’erano concesse».
«Dimme n’ po’: cossa l’ha faetu o Zena?». Ce le racconta Tonino Cagnucci, giornalista e tifoso della Roma, questa e altre storie, in un volume appena uscito per i tipi di Limina: Il Grifone fragile. Fabrizio De André: storia di un tifoso del Genoa. Cagnucci ha setacciato l’archivio del Centro Studi De André, che sta all’università di Siena: lì ci sono appunti, lettere e letterine, fogli volanti, soprattutto storie, per chi ha voglia di leggere. E questa storia d’amore, un po’ segreta, destinata a conquistare gli appassionati di De André e gli appassionati di calcio, ma anche e soprattutto quelli che vorranno scoprire uno dei modi di amare del cantautore più celebrato del secolo scorso. La fragilità è spesso il versante più suggestivo e poetico di molti sport, senz’altro più convincente, per i lettori ma anche per certi tifosi, del risvolto muscolare che ha colonizzato specialmente in tempi recenti il calcio e non solo. È l’amore per quel che è fragile che ci fa appassionare a Garrincha e a Van Basten, a Marilyn Monroe e Kurt Cobain, a Zigoni e Meroni, per tornare a Genova e al Genoa, la squadra che da quasi un secolo “va per uno”. Ce ne ha parlato De André, con le sue canzoni e il suo modo di essere, e oggi ce ne parla questo libro che, nella vastissima agiografia dedicata all’artista, si segnala per originalità e poesia, nel rammentarci che “spesso l’amore più grande è nascosto”.
Articolo di Francesco Zardo per La Èco del 04.06.2013
mercoledì 29 maggio 2013
In un libro la magia del tifo del giovane Fabrizio De André
Quel giorno, il Genoa si chiamava Genova 1893 perché c' erano i
fascisti. Giocò allo stadio comunale del Littorio di Novara, in viale
Alcarotti. Era domenica, 18 febbraio 1940. Gol di Bertoni I. Ma la
vittoria dei rossoblù, allenati da William Garbutt, non fu omologata:
un guardalinee denunciò che il calcio d' inizio e quello del secondo
tempo erano stati battuti dalla stessa squadra. Ecco, quel giorno
nasceva Fabrizio De André. Genoano. Una storia che è solo amore,
passione e nobiltà: poesia pura. Perché a otto anni Faber scrisse la
sua letterina a Gesù Bambino: "Per piacere, io desidero i seguenti
doni, naturalmente se me li merito: i soldatini con il carro armato, la
divisa da giocatore del Genoa...". E poi c' era una vecchia agenda del
Credito Lombardo su cui annotava quasi maniacalmente risultati e
statistiche della squadra: un 10 febbraio alla terza di ritorno i
rossoblù hanno la quinta difesa ed il sesto attacco, Aguilera ha
segnato sei retie Pacione quattro, Branco e Caricola sono diffidati ma
pure cinque giocatori del Lecce, il prossimo avversario in calendario.
Su di un foglietto piegato in due, esemplare e commovente, De André ha
scritto con la biro blu: "Nell' assolata galera patria/ il secondo
secondino/ disse a Baffi di Sego che era il primo/ sbattiamo fuori
Curcio sul far del mattino...". È il testo originale di un capolavoro,
La Domenica delle Salme. Sull' altro lato, Faber ha usato la biro
nera: "12 Berti, 13 Ferroni, 14 Collovati, 15 Fortunato, 16 Corrado, 17
Fiorin...", sì, è la panchina del Genoa. Il Grifone Fragile è il
titolo di un libro sorprendente e quasi malinconico per tanta ingenua
bellezza, scritto da Tonino Cagnucci. Che racconta quello che
idealmente considera il suo "migliore amico" - Faber, appunto - e lo fa
attraverso la grande passione del poeta genovese. Fabrizio che si fece
cremare con la sciarpa rossoblù legata al collo. Fabrizio che quando
era sequestrato in Sardegna, la prima cosa che chiedeva ai suoi
carcerieri era il risultato del Genoa. «Il Genoa è stato il suo pudore -
dice Cagnucci -. In tutta la sua produzione non l' ha mai nominato. Il
Genoa è stato il suo amore. E quando verranno a chiedertelo un amore
così lungo tu non darglielo in fretta... Non l' hanno ancora fatto. Il
vero De André apocrifo è questo». Il libro contiene un esclusivo
inserto fotografico, recuperato attraverso il Centro Studi dell'
Università di Siena: con le immagini di quei fogli, della storia e
della passione del cantautore. Con una formazione ideale:
Braglia-Signorini- Torrente, Collovati, Puxeddu (testuale, n . d . r . )
- Ruotolo, Alemao - Eranio, Matteoli-Aguilera, De
Zotti. Con una tabellasalvezza ("Ci si salva a 27"). E un suggestivo
mistero, tra un serie di appuntamenti di lavoro: "Chiedere di Totti".
Un giovanissimo Totti in rossoblù, chissà. Estratti dai diari,
riflessioni. "L' unica preoccupazione che mi dà Scoglio è di non averlo
mai visto ridere". "Io sono genoano da prima di nascere". Poi, la
confessione: "Il Genoa non è mai entrato nelle mie canzoni perché per
fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che
scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo". Fragile Faber, come il
suo Grifone.
Articolo di Massimo Calandri per La Repubblica
Articolo di Massimo Calandri per La Repubblica
“Il Grifone fragile” di Tonino Cagnucci
Doverosa premessa di manifesta faziosità: parlare di Faber e di Genoa mi coinvolge troppo, nell’esatta quantità in cui – per sua stessa ammissione – il Genoa coinvolgeva Fabrizio De Andrè. Non sarò dunque per nulla distaccato nel parlare del libro Il Grifone fragile di Tonino Cagnucci.
Coinvolgimento. Perché se nasci in questa città le probabilità di incontrare Genoa e De Andrè ancora prima di capire cosa siano calcio e musica sono piuttosto alte.
Racconta Cagnucci che Fabrizio De Andrè scoprì la sua genoanità (sì, “scoprì” perché genoani lo si è già ancora prima di nascere) in un Genoa-Torino del dopoguerra, quando – sotto di tre reti a zero e a cinque minuti dalla fine – la squadra di casa intraprese una rimonta che solo un palo colpito all’ultimo minuto rese incompiuta. Vinse il Toro 3-2, quel Toro (il Grande Torino, la squadra tifata dal padre che lo aveva portato per la prima volta allo stadio). Ma il piccolo Fabrizio rimase incantato da quella incredibile e incompiuta rimonta intrapresa – in direzione ostinata e contraria – da undici ragazzi con una maglia a quarti rossoblù. D’altronde se prendiamo per vera la tesi sostenuta dal Premio Nobel Albert Camus e cioè che “Tutto quello che so della vita l’ho imparato dal calcio” allora si può affermare tranquillamente che per un tifoso del Genoa imparare ad andare controcorrente e ad amare incondizionatamente è più facile rispetto a molti altri tifosi di calcio.
Il Genoa non viene nominato mai in nessuna delle sue canzoni. Il Genoa era il suo pudore, diceva “al Genoa avrei scritto una canzone d’amore, ma non lo faccio perché per fare canzoni bisogna conservare un certo distacco verso quello che scrivi, invece il Genoa mi coinvolge troppo”. Coinvolgimento.
Ma è attraverso gli aneddoti di Faber su alcune glorie del passato (da Verdeal ad Abbadie, da Meroni a Turone) che questo libro è riuscito a riappacificarmi con il calcio. Un libro che parla di un calcio antico fatto di passione e di emozioni ad una piazza ormai totalmente rincoglionita da una squallida politica societaria che propina un calcio moderno fatto di plusvalenze e intrallazzi di ogni tipo. Un libro che può tornare utile a tutti quelli che ancora, dopo un anno, non hanno capito il gesto d’amore di quel Genoa-Siena: per dirla con le parole di Gianfranco Zigoni, “il genoano sa amare come pochi altri perché sa soffrire”. Un libro che può tornare utile a tutti quegli pseudo-intellettuali a cui qualche decadente giornale lascia spazi da riempire e che da comode postazioni – poltrone o amache che siano – parlano della città di Genova senza conoscerne l’identità: ho ancora in mente un cervellotico editoriale pubblicato quest’inverno che, basandosi sulla presenza di qualche sciarpa al collo dei metalmeccanici in piazza, si trasformò in un manifesto contro la società contemporanea imbarbarita dalla presenza degli operai che si fanno hooligans (se ci ripenso rimango ancora basito).
De Andrè non ha mai cantato il Genoa (ad eccezione di una canzone scritta agli inizi degli anni ’90 con Francesco Baccini) ma in tante sue canzoni è possibile trovare il Genoa, essendo che due grandi temi dell’opera deandreiana sono la città di Genova e l’amore.
Un libro, dunque, che parla di Faber, di Genoa, di Genova e di amore come di un grande indissolubile intreccio di quattro fili. E poi le coincidenze, che ritornano quasi ossessivamente. De Andrè che nasce nella settimana in cui il Genoa è per l’ultima volta in testa al campionato alla fine del girone di andata. De Andrè che riesce a scavare nell’umanità dei suoi rapitori attraverso la curiosità per i risultati del Genoa. De Andrè che manifesta la sua genoanità chiedendo a Gesù Bambino la maglia da calciatore del Genoa dopo un Genoa-Lucchese degli anni ’40 e De Andrè che muore una domenica sera dopo un Lucchese-Genoa degli anni ’90.
Sono grato a Tonino Cagnucci per questo intenso ritratto di un De Andrè sconosciuto ai più (soprattutto a chi non è di Genova) perché nonostante una fede calcistica diversa (anche se ritengo dai connotati molto simile a quella genoana) è riuscito a descrivere non solo Faber ma anche tutti noi.
Dal Blog: Il mondo è nostro
venerdì 24 maggio 2013
Il Grifone Fragile: Fabrizio De Andrè secondo Cagnucci
Vi immaginate Tonino Cagnucci,
caporedattore del Romanista e una delle firme romaniste più amate, che
scrive di Ramon Turone senza citare il gol annullato? E' mai possibile?
Il miracolo sta nelle pagine de "Il Grifone fragile – Fabrizio De André storia di un tifoso del Genoa", un libro edito da Limina da pochi giorni nelle librerie italiane.
Articolo di Francesca Ceci
Il
miracolo sta dentro quelle pagine. Sono letteratura, non solo, sono
letteratura di calcio, fra calcio e musica. E' quello che più ama fare
Cagnucci convinto com'è che il calcio sia l'ultima forma di arte
possibile. Le carte le scopre subito: "Ma come De André tifoso?".
E' il gusto di rispondere a questo odioso stupore. Come se la cultura
non fosse stare con gli occhi aperti in mezzo al mondo. Come se il
calcio, un manufatto dell'umanità fatto coi piedi, non fosse arte. Come
se non fossero esistiti Meroni, Cantona, Le Tissier, Maiellaro,
Garrincha, Vendrame. (...)Il
pallone sta dalla parte della vita. De André come nessun altro è stato
da questa parte. Fa scalpore la sproporzione fra quanto scritto sul suo
cuore, alla ricerca del suo cuore, e il suo cuore semplicemente
rossoblu".
Fa
scalpore quello che Cagnucci è riuscito a raccontare di Faber genoano.
E' un libro che segue una cronologia impossibile, dalla nascita al
giorno della morte di De André e oltre. C'è la letterina di Bicio che
scrive a Gesù Bambino per Natale quando aveva nemmeno 8 anni
chiedendogli un aereo, la macchina, la nave e la divisa da giocatore del
Genoa. C'è il racconto fatto direttamente da De André della sua prima
volta a Marassi quando istintivamente scelse il Genoa che aveva appena
perso contro il grande Torino, scegliendo da quel momento di stare
sempre dalla parte degli ultimi, dei perdenti, dei senza storia di
questo mondo. Scegliendo di percorrere sempre la Via del Campo.
Ci sono i
suoi "apprezzamenti" giovanili sulla Sampdoria ("Più che ad una fusione
con la Samp sarei favorevole ad una sua eliminazione!"), c'è il
racconto forse più bello di tutto il libro degli Anni 70, degli inizi
degli Anni 70, quando il Genoa precipita in serie C e Faber lo segue per
cielo, per terra e per mare, fino al Giugno '73 quando il Grifone, mai
scosì fragile, torna in serie A. E poi via da Genova e dal Genoa, per la
Sardegna dove un giorno Fabrizio De André verrà sequestrato insieme a
Dori Ghezzi e lì c'è la testimonianza più grande della genoanità di
Faber. La racconta a Cagnucci proprio Dori Ghezzi: "Fabrizio
chiedeva ai sequestratori che ha fatto il Genoa, era una delle poche
soddisfazioni che c'erano concesse". E poi via, via dall'Hotel
Supramonte, attraverso Creuza de ma e altri luoghi ed episodi da leggere
o da vedere, perché la cosa che colpisce subito del "Grifone fragile" è
l'inserto fotografico: immagini inedite ed esclusive delle agende
segrete di De André conservate nell'università di Siena, appunti di
calcio, mille formazioni del Genoa, campagne acquisti, classifiche,
giocatori in diffida e giocatori da celebrare, un tesoro per chiunque
sia malato di calcio e di Faber, per chi sia "malato di cuore". La fine
parla della fine e stupisce ... "Fabrizio De André ha fatto
letteralmente precipitare il Paradiso in un primo piano di una puttana
che starà sempre a Via del Campo con gli occhi color di foglia perché
sono quelli che sanno guardare meglio la vita, sono quelli che ti
guardano fisso quando cadi, quelli che non si chiudono davanti alle
miserie, ai bisogni, alle disperazioni, alle speranze, ai figli mai
nati...".
E finisce proprio con un gol di Foglia prima che De André raggiunga finalmente la Stella sognata da sempre da tutti i genoani.
mercoledì 22 maggio 2013
Il Grifone fragile-Fabrizio De Andrè: storia di un tifoso del Genoa
Omaggio a De Andrè
Il Grifone fragile-Fabrizio De Andrè: storia di un tifoso del Genoa
Esce nelle librerie un toccante volume che racconta il grande amore del cantautore genovese per il club rossoblù. Con documenti inediti e interventi di molti personaggi vicini al cantautore genovese.
Gli amori troppo forti ti fanno sentire fragile. Forse per questo ne hai bisogno. Gli amori non sempre durano, ma ce n'è uno che non ti abbandona mai. Quello per la tua squadra del cuore. Quello che aveva Fabrizio De André per il Genoa e che Tonino Cagnucci racconta ne Il Grifone fragile – Fabrizio De André, storia di un tifoso del Genoa (Limina, 171 pagg. euro 16,90) da pochi giorni nelle librerie. Una biografia? Non proprio. Intanto perché l'autore non potrebbe essere più lontano da qualsiasi forma di categorizzazione sia per formazione (laureato in Estetica, caporedattore del Romanista fin dai suoi inizi) sia per un modo di raccontare che apre lo spazio per l'incontro di tante voci. Poi perché le vite raccontate sono almeno due. Quella di Faber e quella del Genoa, che diventano la stessa cosa, come nel ritratto del cantautore genovese (“quindi genoano, perché Genova è il Genoa”) sulla bandiera che sventola in gradinata Nord. Come se fosse il Genoa a fare il tifo per De André.
Troppo coinvolto — L'amore di Fabrizio De André per il Genoa era noto, ma questo libro ne svela la vera essenza, che Faber ha sempre tenuto il più possibile nel suo privato. Non ha mai dedicato una canzone al Genoa perché "troppo coinvolto", non avrebbe avuto il necessario distacco. E non l'ha mai amata come quando l'ha lasciata, momento raccontato nel capitolo centrale (il settimo di quindici), più romantico e struggente del libro, quando "Giugno '73" (tra le più belle canzoni di De André) diventa soprattutto il mese e l'anno del ritorno in Genoa in A, nelle stagioni in cui Faber si sta preparando a lasciare Genova, dopo aver chiuso anche il primo matrimonio. E allora sì, Giugno '73: “E' stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati”. Sono andati sempre insieme, De André e il Genoa. E tutto si rivela in questa biografia doppia, ma non duplicata, specchio di metafore dove tutto si rivela grazie al grande lavoro di ricerca dell'autore e la rivelazione, più che la ricerca, di rispondenze. Corrispondenze, direbbe Baudelaire. L'inizio è fin troppo chiaro. C'è De André che nasce nell'ultima settimana in cui il Genoa è primo in classifica nella sua storia, a quel punto del campionato.
Groviglio di emozioni — E ci sono soprattutto le agende di cui Cagnucci riesce a pubblicare – ed è la prima volta in assoluto – quelle pagine che appuntano formazioni del Genoa, tabelle salvezze, sogni di mercato, impropreri contro la Juventus e il Milan, il racconto di quando è diventato tifoso, i diffidati della squadra che il Genoa avrebbe incontrato. C'è persino una letterina a Gesù Bambino di "Bicio" a 8 anni ("Caro Gesù... portami la divisa da giocatore del Genoa"). Seguendo queste tracce scritte per non essere lette da nessuno inizia un percorso di rivelazione e rivoluzione, con tante voci che non si accavallano mai. Tra le tante, ci sono Dori Ghezzi, Francesco Baccini, il capo storico dei tifosi del Genoa Pippo Spagnolo, Gigi Riva, Gianfranco Zigoni che scopre di essere uno dei calciatori preferiti del Genoa e un Paolo Villaggio talmente doriano da non accettare che si parli di De André come di un genoano. Ma il viaggio evoca anche altre voci, da Gigi Meroni a Pier Paolo Pasolini, che con De André condivideva la stessa idea di Cristo e di calcio. L'abilità di Cagnucci è quella di dare una perfetta armonia a un intenso groviglio di emozioni e di tracciare un percorso che coinvolge al punto tale che è difficile staccarsi, perché più si va avanti e più si ha la sensazione che tutto si compia all'arrivo. Ed è quasi appagante scoprire che è veramente così nell'ultimo, struggente, capitolo di una storia che inizia parlando di calcio e finisce parlando di anime.
Da gazzetta.it
Il Grifone fragile-Fabrizio De Andrè: storia di un tifoso del Genoa
Esce nelle librerie un toccante volume che racconta il grande amore del cantautore genovese per il club rossoblù. Con documenti inediti e interventi di molti personaggi vicini al cantautore genovese.
Gli amori troppo forti ti fanno sentire fragile. Forse per questo ne hai bisogno. Gli amori non sempre durano, ma ce n'è uno che non ti abbandona mai. Quello per la tua squadra del cuore. Quello che aveva Fabrizio De André per il Genoa e che Tonino Cagnucci racconta ne Il Grifone fragile – Fabrizio De André, storia di un tifoso del Genoa (Limina, 171 pagg. euro 16,90) da pochi giorni nelle librerie. Una biografia? Non proprio. Intanto perché l'autore non potrebbe essere più lontano da qualsiasi forma di categorizzazione sia per formazione (laureato in Estetica, caporedattore del Romanista fin dai suoi inizi) sia per un modo di raccontare che apre lo spazio per l'incontro di tante voci. Poi perché le vite raccontate sono almeno due. Quella di Faber e quella del Genoa, che diventano la stessa cosa, come nel ritratto del cantautore genovese (“quindi genoano, perché Genova è il Genoa”) sulla bandiera che sventola in gradinata Nord. Come se fosse il Genoa a fare il tifo per De André.
Troppo coinvolto — L'amore di Fabrizio De André per il Genoa era noto, ma questo libro ne svela la vera essenza, che Faber ha sempre tenuto il più possibile nel suo privato. Non ha mai dedicato una canzone al Genoa perché "troppo coinvolto", non avrebbe avuto il necessario distacco. E non l'ha mai amata come quando l'ha lasciata, momento raccontato nel capitolo centrale (il settimo di quindici), più romantico e struggente del libro, quando "Giugno '73" (tra le più belle canzoni di De André) diventa soprattutto il mese e l'anno del ritorno in Genoa in A, nelle stagioni in cui Faber si sta preparando a lasciare Genova, dopo aver chiuso anche il primo matrimonio. E allora sì, Giugno '73: “E' stato meglio lasciarsi che non essersi mai incontrati”. Sono andati sempre insieme, De André e il Genoa. E tutto si rivela in questa biografia doppia, ma non duplicata, specchio di metafore dove tutto si rivela grazie al grande lavoro di ricerca dell'autore e la rivelazione, più che la ricerca, di rispondenze. Corrispondenze, direbbe Baudelaire. L'inizio è fin troppo chiaro. C'è De André che nasce nell'ultima settimana in cui il Genoa è primo in classifica nella sua storia, a quel punto del campionato.
Groviglio di emozioni — E ci sono soprattutto le agende di cui Cagnucci riesce a pubblicare – ed è la prima volta in assoluto – quelle pagine che appuntano formazioni del Genoa, tabelle salvezze, sogni di mercato, impropreri contro la Juventus e il Milan, il racconto di quando è diventato tifoso, i diffidati della squadra che il Genoa avrebbe incontrato. C'è persino una letterina a Gesù Bambino di "Bicio" a 8 anni ("Caro Gesù... portami la divisa da giocatore del Genoa"). Seguendo queste tracce scritte per non essere lette da nessuno inizia un percorso di rivelazione e rivoluzione, con tante voci che non si accavallano mai. Tra le tante, ci sono Dori Ghezzi, Francesco Baccini, il capo storico dei tifosi del Genoa Pippo Spagnolo, Gigi Riva, Gianfranco Zigoni che scopre di essere uno dei calciatori preferiti del Genoa e un Paolo Villaggio talmente doriano da non accettare che si parli di De André come di un genoano. Ma il viaggio evoca anche altre voci, da Gigi Meroni a Pier Paolo Pasolini, che con De André condivideva la stessa idea di Cristo e di calcio. L'abilità di Cagnucci è quella di dare una perfetta armonia a un intenso groviglio di emozioni e di tracciare un percorso che coinvolge al punto tale che è difficile staccarsi, perché più si va avanti e più si ha la sensazione che tutto si compia all'arrivo. Ed è quasi appagante scoprire che è veramente così nell'ultimo, struggente, capitolo di una storia che inizia parlando di calcio e finisce parlando di anime.
Da gazzetta.it
lunedì 20 maggio 2013
fútbologia

La recensione di Simone Pieranni su fútbologia
[Riceviamo e pubblichiamo. Fabrizio De André era malato di Genoa. È da poco uscito per i tipi di Limina il libro Il Grifone fragile di Tonino Cagnucci, in cui si racconta questa storia. Il nostro fratello futbologo Simone Pieranni, genoano, ci ha inviato questa recensione. Non diremo: "Oh, che bella!", leggendola capirete perché. NdR]
Ci si salva a 27.
(Fabrizio De André)
“e ‘nte ‘na beretta neigraIntanto vorrei dire a Tonino Cagnucci che ho preso Il Grifone Fragile (Limina, 2013) fresco fresco, ancora non lo avevano posizionato sugli scaffali, ho preso il treno, ho iniziato a leggere il libro e ho sbagliato stazione, sono sceso due fermate dopo. Ne ho approfittato per aspettare un altro treno, prenderlo e finire comodamente il libro.
a teu fotu da fantinn-a
pe puèi baxâ ancún Zena
‘nscià teu bucca in naftalin-a”
(Fabrizio De André, D’ä mæ riva)
Poi.
La mia compagna è romana. Trattandosi di un articolo per i fratelli di Fútbologia specifico che è romanista. Nell’ambito di quei sentieri dei rapporti sentimentali che rimangono inesplorati o al contrario sono più volte setacciati alla ricerca di elementi di comprensione, ce n’è uno che ancora le suona strano. Il mio essere genoano, che nella mia personale – e non solo – concezione, si rassegnino i multicolors, significa anche – combacia in modo totale – con l’essere genovese. Tempo fa su Rai5 hanno mandato in onda un documentario bellissimo, Genova e il calcio, che è possibile vedere su YouTube:
Lo abbiamo guardato insieme e forse qualcosa in più ha capito. Ad esempio uno di quegli altri ricordava, con disprezzo, mentre io sentivo montare l’orgoglio rossoblu, che a Genova fino a qualche tempo fa era impensabile avere un sindaco doriano (molto meglio di oggi, che il sindaco si chiama proprio Doria, ma sono tempi grami, si sa). Più in generale emergeva quel link diretto tra le parole Genoa e “malattia” che il libro di Cagnucci mostra in pieno.
Forse perché la mia compagna ha capito qualcosa in più, ormai sa riconoscere l’aria del derby, quando ogni argomento – nelle ore che precedono il match – diventa una potenziale lotta e polemica. E mi lascia solo, ed è giusto così: è il destino del genoano e del genovese.
Non è che De Andrè fosse genoano. De Andrè era malato di Genoa, tanto da scriversi formazioni (probabili, auspicabili, da sogno) o tabelle per la salvezza sul retro degli stessi foglietti su cui erano scritte le canzoni che hanno fatto la storia, o sugli inviti per i concerti in celebri teatri. La vita vera era una pausa tra i momenti in cui ci si poteva dedicare con estrema scientificità al Genoa.
Genoano sfegatato, al limite della sanità mentale. Una genoanità che è genovesità nel momento in cui questa passione viene nascosta, difesa, tenuta per sé e condivisa, mostrata, come un fiume in piena, solo a chi ti conosce bene. Si sa che De André era genoano, si sa che durante il rapimento chiedeva i risultati del Genoa. Meno si conosce la passione viscerale che Cagnucci tira fuori dalle sue agende, dai suoi appunti e dalle frasi dei tanti che lo hanno conosciuto. Nel libro emerge quella genovesità per cui il genoano è conosciuto.
Da genovese quando senti dire, “bella Genova”, il primo pensiero è “ma che cazzo ne sai!”. O ancora “eh il tifo del Genoa che spettacolo”, cui mentalmente si risponde “ma cosa vuoi sapere!”. Genoani si nasce, anzi, a dirla con De André, “eravamo genoani ancora prima di nascere”.
Ora io in questo caso – o spesso su Twitter, ad esempio – ostento il mio essere genoano. Non è per essere riconosciuto dagli altri, ma dai propri simili. Ecco che la genoanità si mischia alla genovesità: riservati, schivi, ma caldi ed “espansivi” con i propri simili. Come De André: con il Genoa a fare da collante al mito, sarò sempre grato a questo libro di Cagnucci. Immaginare infatti Faber che fa le tabelle salvezza (tanto sempre in certe posizioni di classifica ci si trova), quanti genoani gli sono somigliati nelle scorse settimane? A tutti, tranne ai genoani “moderni”, le pecore del calcio moderno per i quali il Genoa è il risultato, il Presidente, i calciatori. Ho sempre invidiato ai triestini, benché nazi nella quasi totalità ultras, un coro: «della partita non ce ne frega un cazzo, Udine Udine vaffanculo». Nel senso, permettetemi questa mini iperbole: si soffre, pesa il risultato del campo, ma quello che conta è l’origine, la radice, l’essere genoani, vivere la genoanità, sentirsi sulle spalle il peso della storia, di quella maglia, della storia del calcio, della storia del paese, di quando – durante il fascismo – il Genoa venne chiamato Genova (i genoani odiano quando i commentatori dicono Genova invece di Genoa) e le squadracce fasciste facevano irruzione nella sede dei tifosi “compagni” genoani. Serie A o serie B – canta la Nord – u Grifun l’è sempre chi, a l’è a squaddra du me cheu forza zena russebleu! (Serie A o Serie B il Grifone è sempre qui, è la squadra del mio cuore, forza Genova rossoblu)
Ancora: quest’estate, mi pare, leggevo un articolo di Maurizio Maggiani (doriano, per quanto possa esserlo un intellettuale, ma è spezzino infatti… o di Sarzana, comunque “periferico”) sul Corriere. Raccontava che aveva appena comprato un tocco di focaccia e se lo stava mangiando fuori dalla focacceria. Ad un certo punto il gestore esce e gli fa: “ti sposti, che non vorrei che qualcuno ti vedesse e poi entra e vuole la focaccia”. Il negoziante in questione era genoano sicuro.
Proprio stamattina ho incontrato Gianluca Ferraris, giornalista di Panorama. Di cosa abbiamo parlato? (Non ci eravamo mai incontrati dal vivo) Di Genoa ovviamente.
Nel libro Il Grifone Fragile ci sono dei momenti veramente emozionanti. Zigoni ad esempio, Dio Zigo (se non sapete chi è, peste vi colga e anche fuori dai coglioni immediatamente) che parla del Genoa e scopre di essere uno dei calciatori preferiti di Faber. Lo avevo chiamato anni fa per fargli un’intervista su Calciopoli. Tempo due minuti, dopo aver saputo che ero genoano, mi ha parlato per un’ora del Genoa, della Gradinata Nord, che lui due pere ai ciclisti le aveva fatte nei derby. Tanto che a Cagnucci confessa che «Milito mi sta sulle palle», scherzando. Il Principe li ha impallinati tre volte in una partita sola. E ancora Zigo che dice: «La maglia del Genoa è una maglia da De André. Ci sono maglie e maglie nel calcio e ce ne sono tre che io accosto: Genoa, Roma e Torino, col rosso nei colori con gente sanguigna che se ne innamora». Che dire?
E poi ancora Turone, Ramon, (tranquilli era goal secondo me…) che racconta del Genoa in C, con Pippo Spagnolo mitico capo della tifoseria (c’era un periodo in cui se non arrivava lui allo stadio non cominciavano le partite), che ricorda quando Turone non voleva andare al Milan perché voleva rimanere al Genoa («Il Genoa è un marchio alla nascita, racconta Turone, un destino»). E ancora sempre Spagnolo che racconta i 42 mila allo stadio per la prima partita in C, contro l’Olbia, del Grifone («siamo andati a prenderli uno a uno in casa i tifosi»).
C’è una sfilza di episodi raccontati e riportati in cui De André anima della genoanità è da magone e viene veramente da patirci – oltre ad essere riconoscenti – al pensiero di Cagnucci che scova tutte queste chicche nelle agende di Faber. Mille episodi, frasi, racconti: per un genoano una lettura imprescindibile, su Faber e sul Genoa, su di noi.
Per gli altri, non mi interessa.
da blog.futbologia.org
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